Erano studenti, tecnici e ricercatori. Sono morti in 15, tutti giovanissimi, malati gravemente di tumore dopo aver frequentato il ”laboratorio dell’orrore” nella facolta di Farmacia di Catania, dove, è stato accertato, venivano eseguiti test di sostanze velenose in valori superiori di decine e anche di centinaia di volte ai limiti fissati per i siti industriali. Adesso, a conclusione delle indagini, la procura guidata da Michelangelo Patane’ ha depositato gli atti dell’inchiesta e a giorni verrà chiesto il rinvio a giudizio per l’ ex rettore dell’ateneoFerdinando Latteri (oggi parlamentare nazionale dell’MPA,ndr) e altri 12 tra dirigenti amministrativi, didattici e componenti della commissione di sicurezza.

I reati ipotizzati sono di disastro ambientale e gestione di discarica abusiva di materiale altamente tossico per aver avallato, pur “essendo consapevoli”, il funzionamento del laboratorio di Farmacia non solo nel mancato rispetto delle più elementari norme a tutela della salute, ma anche ignorato l’allarme dovuto all’esistenza di una lunga lista di vittime e di ammalati che cresceva sempre di piu’. Oltre all’onorevole Latteri sono accusati l’ex direttore amministrativo dell’Università Antonino Domina, il direttore del dipartimento di Scienze Farmaceutiche Franco Vittorio e cinque componenti della commissione permanente sulla sicurezza. Per loro la Procura ipotizza anche la turbativa d’asta e il falso ideologico. L’inchiesta è partita novembre del 2008 quando furono posti i sigilli all’edificio 2 della Cittadella universitaria dell’Ateneo catanese per l’ipotesi di disastro ambientale e gestione di discarica non autorizzata. Oggi i sigilli sono stati rimossi e lo stabile è nuovamente accessibile, le ultime perizie hanno infatti accertato che attualmente non esistono rischi per la salute, ma in uno stralcio dell’indagine i pm Carla Santocono e Lucio Setola, titolari dell’inchiesta, ipotizzano l’omicidio colposo plurimo e continuano le verifiche per trovare il nesso causale tra l’inquinamento del luogo di lavoro e il numero di casi di decessi per la prolungata esposizione a sostanze tossiche. L’ultima è stata una ragazza di 24 anni, originaria della provincia di Ragusa. I morti, infatti, sono tutti studenti, tecnici e ricercatori tra i venti e i venticinque anni, ignari di quello che rischiavano respirando i fumi e maneggiando quelle sostanze.

I parenti delle vittime oggi si sono tutti costituiti parte civile anche se il numero degli ammalati attuali e futuri non si può stabilire visto che per anni hanno avuto libero accesso in quel laboratorio centinaia di persone. Il caso è esploso grazie al giovane Emanuele Patanè, il 29enne ricercatore che prima di morire per un tumore al polmone ha affidato al suo diario il drammatico racconto di quei suoi anni di lavoro ad alto rischio e nell’indifferenza di tutti, vertici dell’Università e responsabili della Facoltà, che “ben sapevano” come dicono gli stessi magistrati negli atti dell’indagine, che i veleni utilizzati in quelle stanze venivano smaltiti dai normali scarichi di lavabi e gabinetti. Oggi resta da verificare che il terreno circostante e le falde acquifere di quella zona, situata in una dei quartieri residenziali di Catania, non siano stati contaminati per evitare che producano effetti drammatici futuri.

 

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