Si conoscono da vent’anni, si sentono tutti i giorni, ma non sono mai passati al “tu”. A 88 anni il “professore” racconta della sua  lunga e sodale amicizia con il genio-eremita della musica contemporanea. E poi parla di politica, di religione e di mafia

 Tra le sue collaborazioni musicali spiccano quelle con donne dalla personalità importante, come la Mannoia o Alice: “Fiorella è una delle persone più sensibili che io conosca, ha una sensibilità che va oltre la sua musica. Alice, invece, è intellettualmente molto interessante”

Se fosse una figura mitologica si definirebbe una sfinge. In verità Manlio Sgalambro, il filosofo rock, non incute per nulla timore, anzi. Tra i vari enigmi simbolici della statua egizia quello gli calza meglio è di guardiano della saggezza. Per il resto il professore ha garbo e stile, a 88 anni sorride e sta bene a far chiacchiera. Ciò a netta smentita della sua nota fama di pessimista. Sarà  stata la musica, il cinema o la lunga e sodale amicizia che lo lega da vent’anni a Franco Battiato, il genio-eremita della musica contemporanea e oggi, a sorpresa, nuovo ispiratore della politica culturale siciliana. Entrambi penna e voce di numerosi successi musicali, è di pochi giorni fa l’uscita dell’ultima fatica,  Apriti Sesamo, una fiaba dedicata a un mondo che non sogna più.

Professore Sgalambro, c’è una grande novità in Sicilia. Franco Battiato si occuperà di Cultura con Rosario Crocetta. Lei che farà?

“Io continuerò a fare quello che faccio sempre, scrivere. Franco affronterà questa nuova avventura tenendo conto che ha anche i suoi concerti ( a dicembre parte il suo nuovo tour, ndr) e la sua vita di artista. Credo che lo farà ma, mettendo in chiaro che non può dedicare tutto il suo tempo a questo”.

Dunque Lei non si farà coinvolgere come è stato anni fa per i noti Festival di Fano e di Catania? Siete sempre stati una coppia vincente, le vostre scelte sono state apprezzate da tutti i giornali del mondo, le città in questione brulicavano di visitatori.

“Senta io ho 88 anni, non posso più fare quel tipo di esperienza che sicuramente era esaltante. Franco di suo è una forza, poi saprà avvalersi dei migliori consiglieri per cercare di arginare le sue lacune amministrative. Credo comunque che ripeterà quel tipo di scelte. La rivoluzione culturale  parte dall’innovazione, dalla ricerca”.

Professore perché dopo vent’anni lei e Battiato vi date ancora del “lei”?

“Entrambi lo troviamo naturale, è un modo per sottolineare ogni giorno il rispetto che abbiamo l’uno dell’altro. Anche se ci sentiamo tutti i giorni. Il lei è una forma di cortesia in disuso dal significato non solo formale ma davvero sostanziale. Ricordo che una volta a Catania ci provò il sindaco Umberto Scapagnini, durante una riunione per l’organizzazione della rassegna estiva (Franco Battiato ne è stato il direttore artistico, ndr). Mi disse: ‘Tu che ne pensi?’, lo fulminai con gli occhi”.

Sono vent’anni che lei si occupa di musica pop. La sua collaborazione con Battiato l’ha portata in tournée a girare in lungo e in largo l’Italia e non solo. Che c’entra un filosofo nichilista con un parterre da concerti pop o rock?

“Innanzitutto tengo a precisare che rispetto a vent’anni fa sono peggiorato. Il mio nichilismo ha lasciato il posto al disfattismo. Ho maturato l’idea che in questo momento storico solo un evento micidiale, traumatico, può scuotere la società. Le mie convinzioni sono molto più che pessimiste.  Poi già prima di incontrare Battiato, nel 1990, avevo pubblicato Critica della Musica. Quando ci siamo conosciuti, nel 1994, grazie al direttore editoriale dell’Adelphi, ci fu un’ intesa immediata. Mi chiese di scrivere dei testi e io lo feci. Il resto è storia. I tour, la ricerca stilistica, lo studio, i libretti d’opera, il cinema. Sono tutte esperienze che mi hanno esaltato. Il palco è catartico. Chi assiste a un concerto vede crescere l’emozione, l’artista, al contrario, le vede improvvisamente sparire.

Ma lei ha più volte affermato che “dove sta la musica sta il diavolo”…

“Sarà, ma in ogni caso mi è sempre interessato occuparmene. È un mezzo per spiegare alcuni ragionamenti anche al grande pubblico. Ho recentemente pubblicato con Adelphi la Teoria della Canzone.  Dare un contributo ai dischi di Battiato mi appassiona. La prima cosa che abbiamo fatto insieme è stato il libretto dell’opera il Cavaliere dell’Intelletto, poi l’album l’Ombrello e la macchina da cucire, fino ad arrivare a quest’ultimo, in cui m’inspiro a Mille e una notte di Sherazade. La fiaba finisce con gemme e tappeti volanti, ma all’improvviso la presenza di un serpente, è un riferimento all’assoluta sottomissione dell’uomo al dio denaro”.

Con Battiato vi sentite tutti i giorni?

“Guardi stamattina mi ha chiamato per farmi ascoltare una canzone. Lui, ogni tanto, va a ripescare le nostre vecchie cose e ridiamo trovandole sempre attuali. Oggi abbiamo parlato di ‘U Cuntu, una canzone di qualche anno fa in cui ho scritto ‘la morte addormentata ‘nda n’agnuni, ca non si vosi arrusbigghiari’. Abbiamo scherzato al telefono su questo concetto della morte addormentata, messa in un angolo. Per me questa canzone è stata profetica”.

Recentemente il giornalista Francesco Merlo ha scritto di augurarsi che alla Sicilia venga tolto lo Statuto speciale. Che ne pensa della fase storica che sta attraversando il nostro Paese e, in particolare, la nostra isola? Che idea ha dei siciliani?

“Mi definisco totalmente indifferente al dibattito politico. Lo ero da giovane e lo sono, a maggior ragione, adesso. Vivo in me stesso, mi basta il mio ‘castello’ interiore e considero tutto il resto robaccia. Per quanto riguarda i siciliani non credo ci sia nulla da dire. Non sono i siciliani che non vanno, hanno una loro intelligenza e lo hanno dimostrato in queste ultime elezioni. La invito a dare un’occhiata al mio Trattato dell’Empietà, in cui affronto il tema del rapporto con la religione. Ecco anche in questo caso direi la stessa cosa. Sono empio”.

Ma lei che rapporto ha con la spiritualità e con la religione.

“A differenza di Franco che è un orientalista convinto, io sono affascinato dalla struttura del cattolicesimo. Trovo illuminanti i ragionamenti e gli scritti di grandi personaggi come Sant’Agostino e Tommaso D’aquino. Ma badi bene, è lo studio di tutto ciò che mi piace, per il resto io non ho alcun rapporto con Dio e la Religione”.

Non crede a un ordine superiore?

“No, credo che esista un ordine inferiore”.

Tra le sue collaborazioni musicali spiccano quelle con donne dalla personalità importante, come Fiorella Mannoia, Patty Pravo, Alice. Cosa l’ha colpita di ognuno di loro?

“Le dirò che Fiorella è una delle persone più sensibili che io conosca, ha una sensibilità che va oltre la sua musica. Alice, invece, è intellettualmente molto interessante. Ricordo di avere assistito a una conversazione tra donne, a casa della scrittrice Fleur Jaeggy. Bene, con mia grande sorpresa, nonostante Fleur sia un vero genio, una finissima intellettuale, ha dovuto soccombere ai ragionamenti di Alice. Poi lei è vicina di casa di Franco, ci incontriamo spesso”.

Lei ha un’idea “bizzarra” della mafia. Ce la vuole spiegare?

Io credo, e non ho difficoltà a ribadirlo, che la mafia sia un fenomeno grandioso. È il negativo organizzato. La sua perfezione sta proprio in questo, nell’organizzazione. Sono curioso, tanti anni fa avevo una cameriera a cui ero affezionatissimo che era sorella di un esponente di spicco della mafia catanese. Stavo ad ascoltarla per capire la ‘metafisica’ della mafia e delle dinamiche interne alle famiglie”.

Se dovesse lanciare un appello ai giovani, cosa direbbe?

“Invecchiate. E fatelo come ho fatto io”.

elena giordano

Annunci