Vota Renzi e dice che bisogna “volare basso”. I suoi collaboratori lo chiamano “l’architetto” ma, ammette, non ha mai preso una matita in mano. Paolo Leone è l’unico fotografo siciliano contemporaneo ad essere entrato, e rimasto, nell’olimpo di Vogue.

Scoperto dalla potente Franca Sozzani, storica direttrice della più importante testata di moda del mondo, ci dice sornione “che c’è di strano se mi chiamano architetto? È per via della laurea. Non lo facevano forse anche con l’avvocato Agnelli?”.

Se è vero che muove i primi passi nella Milano “da bere” di fine anni ’80, quando la città lombarda era economicamente e politicamente salda, capitale della moda mondiale e tutto un fiorire di agenzie, sfilate, eventi, casting, shooting e atelier, il suo esordio tra i nomi che contano è da collocare a Parigi, dove si trasferisce appena laureato. Lavora prevalentemente e stabilmente per le riviste di moda: Vogue, Mademoiselle, L’Officiel, Glamour, Stern, Amica, Marie Claire ma, oltre agli editoriali, firma importanti campagne pubblicitarie: Dolce & Gabbana, Tod’s, New York Industrie, Madeamano, Take Two, Bilancioni.

Leone, 51 anni, viene da una famiglia di architetti e, nonostante viva tra Milano, Stromboli e New York ha ancora il suo laboratorio/archivio ad Acicastello (paesino sulla costa jonica catanese, ndr), attaccato alla casa del padre.

Di questi giorni la notizia di un suo nuovo impegno per un importante firma della moda mondiale.

Quando ha iniziato la moda italiana era all’apice. I creativi italiani erano tra i più richiesti e pagati  nel mondo. E’ un bilancio che possiamo confermare anche oggi?

“Non scherzi, quegli anni non si ripeteranno più. L’Italia non ha mai premiato i suoi talenti, ma oggi ancora di più, è un disastro, un fuggi fuggi generale. Non sappiamo sfruttare le enormi potenzialità del Made in Italy, gli artisti, gli stilisti italiani, la qualità non conta più. Pensano che la cultura e l’arte siano un diversivo, non un’industria. Anche i luoghi scelti per i set sono cambiati, se una volta si partiva per Miami o per il Sud Africa per necessità di “ambientazione” oggi si sceglie una campagna della Brianza o si viene in Sicilia, ma per ripiego. Si punta a spendere poco, a privilegiare l’amico o il conoscente. Così i migliori fuggono, e non tornano. Non crede sia il colmo che io sia stato scoperto da Vogue Italia ( grazie al fiuto della Sozzani, ndr) ma solo perché operavo nella grande vetrina di Parigi?”

 

Lei ha vissuto in Francia e a New York, ma alla fine torna sempre in Sicilia.

“Ho lasciato New York subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle, quell’evento mi ha spaventato, ma non per questo si pensi che sono tornato deciso di starmene a Catania. La mia città oggi è un buco nero, siamo veramente all’anno zero, l’unica cosa che puoi fare e starci per dormire e andare in Vespa. Neanche il mare è più come prima, appena posso scappo a Stromboli”

 

A proposito di Stromboli, lei ci vive per mesi e ha dedicato all’isola un progetto importante, una trilogia.  

“Amo quel posto, le sue contraddizioni e il suo vulcano, ma devi viverlo d’inverno se non vuoi incappare con il solito caos, chip e trascurato, del turismo estivo.

La trilogia comprende una collezione di ritratti degli “isolani doc”, ancora mai pubblicato; un tributo alla Polaroid prima che chiudesse, ho sperimentato gli scatti dell’isola con il famoso rullino 55 con negativo che la stessa azienda ( oggi Impossible Project, ndr) ha sponsorizzato; e infine, Pietre parlanti, un documentario girato in 4 riprese e in diverse stagioni, rigorosamente in bianco e nero, raccoglie alcune interviste a persone che vivono sull’isola da molto tempo, pur non essendo nati a Stromboli; nelle loro parole, la passione per un luogo unico al mondo, ma anche le contraddizioni e la fatica di una scelta così particolare, selezionato al Festival di Salina di Giovanna Taviani. Il video è stato prodotto insieme alla Collateral di Sebastiano Jodice e Guido Cella.

 

A parte i suoi amici di una vita lei è quasi invisibile, in pochi in Sicilia conoscono il suo lavoro o la vedono in giro, noi sappiamo che Diego della Valle l’ha scelta per questo…

“Ho scelto di starmene quanto più possibile nell’ombra. Non è un vezzo, ma una mia necessità. Della Valle mi ha scelto per questo? Non soltanto direi, forse ha capito che faccio parte di quella fetta d’Italia che parla poco e lavora tanto. Mi ha affidato questa sua ricerca per il libro “Italian Touch”, voleva raccontare le persone più vere, il gusto e lo stile italiano. Ricordo che quando mi ha scritto la dedica mi ha detto “non posso scriverlo ma, tu sei uno di quelli che si fa poche seghe e pensa a lavorare”. Mi piace ricordare quest’esperienza così, perché mi rappresenta.

 

Italian Touch, è un libro che ha riscosso un successo mondiale. Seguito dalle più grandi testate del mondo, 180 recensioni internazionali, due pagine sul New York Times. Cosa avete voluto raccontare?

 

Guardi ero a Stromboli quando mi ha chiamato Donata Sartorio per un colloquio, mi hanno scelto tra cinque altri colleghi e sono partito attraversando per sei mesi l’Italia da nord a sud con assistente e art director. Ho fotografato più di 120 famiglie di tradizione italiana e esponenti di un capitalismo sano e per bene. Italiani che non hanno bisogno di “apparire” in quanto già “sono”, uomini e donne appassionati delle loro tradizioni e dei loro valori ben consolidati, che vivono quel lusso “educato che fa la differenza, senza ostentazioni”, come dice la Sartorio. Diego Della Valle ha voluto celebrare questo modello di Paese che ancora esiste, anche se non fa rumore. La critica internazionale ha premiato il libro fotografico perché all’estero amano immaginarci così, come quell’Italia da invidiare e che l’era Berlusconi ha appannato.

 

Lei ha immaginato (e ritratto) la famosa artista Irene Andessner nei panni di una donna sola, non più giovane e depressa, ha voluto raccontare un disagio sociale diffuso. Perché?

 

Irene dice di aver voluto rappresentare “la banalità della solitudine”. Nelle grandi metropoli è un fenomeno che coinvolge molti, è un periodo storico in cui bisogna lavorare sull’identità. Lei, infatti, è nota nel mondo dell’arte per queste sue performance in cui si trasforma, impersona qualcuno e poi si fa ritrarre. C’è un lunghissimo studio dietro ogni personaggio, per interpretare Marlene Dietrich si è sposata per sette mesi con un signore che portava lo stesso cognome. Per diventare la donna che ho ritratto, l’ho mandata per un anno dallo psicanalista. La location scelta per le foto è stata una casa realmente abitata da una pazza. Ha trasformato tutto di lei, la voce, l’andatura, lo sguardo. E’ stata una ricerca durata 3 anni. Il risultato sono state tre mostre importanti tra cui una a Vienna e una al Museo d’arte contemporanea di Litz, per l’apertura della settimana dedicata alla cultura europea.

 

La sua collezione di ritratti di celebrities è enorme, quale è stato il personaggio che ha amato di più fotografare?

E’ finita l’era delle grandi top models. Ormai da qualche anno l’Uomo Vogue non pubblica più foto di modelli professionisti ma di uomini “normali”, anche se noti. I miei preferiti sono stati due grandi vecchi. Il primo è Francesco Rosi, che a novant’anni ha ancora un’energia e un carisma mai visti. L’ho incontrato e ritratto al Festival di Venezia, ha preso un meritatissimo Leone d’Oro alla carriera. Il secondo è Ettore Sottsass, geniale, affascinante, è la storia del design italiano.

 

Cosa pensa quando guarda dietro l’obiettivo? Qual è la cosa che un fotografo non deve perdere di cogliere?

 

I pensieri, le emozioni, gli attimi più intensi. Mi guardo attorno e trovo sempre fonti d’ispirazione. E’ il mio lavoro, ma anche una mia innata inclinazione. Sono curioso e alla ricerca non solo della bellezza ma anche del brutto, perché ha un suo significato. Non avrei mai potuto starmene dietro un tavolo da disegno. Comunque, mi piace soprattutto immortalare persone e cose che più mi piacciono e mi assomigliano.

 

 

“Architetto” sappiamo che lei superstizioso e crede anche nell’astrologia. Lo sa che da qualche mese il suo segno subisce l’opposizione di Saturno?

 

Guardi che mi preoccupo davvero. L’ultima volta, dieci anni fa, è stato un periodo nero. No Saturno contro no, non doveva dirmelo. Lei, in questi giorni,  ha turbato la mia pace. Ritiro l’intervista.

Annunci