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elena giordano

La cosa più importante è continuare a raccontare quello che vedo (cit.Anna Politkovskaja)

Mese

maggio 2013

L’era del Rettore rosso Intervista a Giacomo Pignataro, Rettore Università di Catania @ILSmagazine

giacomo pignataro – rettore università di Catania

di Elena Giordano

Dice che il suo colore è il rosso, poi ci pensa e si fa una gran risata. “Ora che ho detto questo tutti penseranno a un colore politico” Giacomo Pignataro, eletto da poco più di un mese Rettore dell’Università di Catania, è una sorpresa. Non solo perché è lì, ad attenderci pacioso e divertito ma, soprattutto, perché per ogni cosa che svela della sua vita lo fa con una buona dose di autoironia. “Sbagliate se alludete alle mie amicizie di sinistra – chiarisce – ho parlato del rosso perché è un colore che mi piace e mi rappresenta. Così, senza una vera ragione, nella vita” E chi lo avrebbe mai detto. Sì, perché la prima impressione è quella di un uomo senza particolari “fuochi” interiori, e anche perché la sua storia e la sua carriera, raccontata da chi non lo conosce davvero, sembrano quella di un accademico tutto di un pezzo, più da biblioteca che da passioni. “In effetti, se credete di trovare in me qualche scoop resterete delusi – aggiunge – ha ragione chi lo pensa, io sono un uomo noioso”. Ma in realtà il professore Pignataro mente. E lo fa consapevolmente perché, un minuto dopo, non solo si presta, come se lo avesse sempre fatto, all’esame quasi radiografico dell’obiettivo del fotografo, ma ci svela particolari inaspettati. “Il mio film preferito di quest’anno? Django, di Tarantino”. Scusate se è poco. “E’ un film “forte” lo ammetto, come tutti quelli di Tarantino, da me vi sareste aspettati un Tornatore o un Haneke, ma Django mi ha divertito, non per nulla tra i due Oscar che ha preso, uno è stato per la migliore sceneggiatura originale”. Così mentre gongola a far “passerella” nei corridoi bianchi e barocchi del chiostro del Rettorato confida sornione “Se mi vedesse mia moglie, penserebbe che ho la classica crisi dei cinquant’anni. Ne approfitto ora che con la stampa è un momento favorevole, più in là potrebbe capitare che la luna di miele finisca”. In effetti anche il commesso storico dell’Università lo pensa, mentre muto e impietrito resta lì sull’uscio, con uno sguardo perso. “ Da giovane sono stato iscritto alla Fgci ma che vuol dire? Come tutti i ragazzi ho avuto le mie passioni politiche e ho fatto le mie battaglie ideologiche, oggi non mi sentireste in alcun modo sbilanciarmi su qualcuno o su qualcosa che possa far riferimento alla politica, al Governo o all’amministrazione di questa città”. Il Rettore si definisce “battagliero” e su questo particolare, forse, ha fatto leva per la sua elezione “Se per battagliero intendete uno che va fino in fondo alle questioni allora sì, mi identifico. Del resto so che non è stata una tornata elettorale scontata, il professore Giuseppe Vecchio, mio maggiore antagonista, era abbastanza forte anche se poi ( al ballottaggio, ndr) ha deciso di ritirarsi dalla competizione. Io comunque non ho avuto ansie, ho atteso tranquillo i risultati, non ho neanche seguito lo spoglio. Poi, credo che quello che abbia contato per la mia vittoria è stato il consenso di tutti coloro che hanno creduto che il momento era cruciale, oggi è tutto un disastro o si cambia o si muore. Le Università siciliane hanno registrato un numero di iscrizioni così basso che il dato è davvero allarmante. Bisogna rimboccarsi le maniche ed essere consapevoli che bisogna cambiare mentalità, modo di vedere il mondo. I miei colleghi e l’elettorato hanno capito che le mie proposte funzionavano, che scaturivano da un’attenzione verso il sentire comune della mia comunità“ Snocciola la sua ricetta il Rettore, parla di programmazione, merito e responsabilità sociale “Il mondo è cambiato, o pensiamo di cominciare a progettare, di presentare proposte scientifiche valide che ci permettano di attingere ai fondi europei, o non andremo da nessuna parte. Per far questo dobbiamo essere capaci, al pari di altri atenei italiani che lo hanno saputo fare e, soprattutto, ammettere che bisogna puntare sul merito delle persone. Il clientelismo e il familismo sono un fenomeno che esiste dappertutto ma in Italia ha assunto dimensioni davvero patologiche” Ma cosa fa il professore Pignataro quando non lavora? “Guardi, da quando mi sono insediato non ho più il tempo neanche per fare una passeggiata. O lavoro o dormo. La mia giornata inizia alle 5.30 del mattino, perché è l’unico momento che ho per leggere la posta, poi è tutta una corsa fino a sera tardi, quando crollo di stanchezza. Ma sapevo a cosa andavo incontro”. La sua immagine, man mano che la conversazione si scioglie, prende sempre di più i contorni di quella di una persona d’azione “Il mio mentore è il professore Emilio Giardina – esclama- mio maestro di scienza e di vita. Con lui ho avuto il privilegio di crescere e lavorare assieme a un gruppo di grandi studiosi. Ma non mi ha insegnato soltanto l’amore e la passione per l’economia e lo studio, mi ha donato anche il senso dell’humor, il suo è strepitoso”. Il rettore è professore ordinario di Economia e Scienza delle Finanze e ricopre l’incarico dal 2002. Si è occupato “del tema della valutazione economica e quello della regolamentazione dei monopoli, dai beni culturali all’efficienze degli acquisti e dei lavori pubblici”. Nel 2005 è stato eletto rappresentante dei docenti del Consiglio d’Amministrazione dell’Ateneo e poi riconfermato nel 2008, poi nel febbraio 2009 fino al dicembre 2010 è stato Presidente della Scuola Superiore di Catania. “Lo sport? Non me ne parli, sono un pigrone, fosse per me non muoverei neppure un dito. Mio figlio, che ha 15 anni, ogni tanto mi trascina a far qualcosa, ad andare al mare, ma è un sacrificio.” Pignataro viene da Caltagirone, il fratello, Francesco, è stato a lungo il sindaco della città delle ceramiche “Lì ho i miei amici storici ma non vado quasi mai, da trent’anni la mia vita si svolge totalmente a Catania. Mia moglie? L’ho conosciuta all’università, da studente, e non ci siamo più lasciati. Non si preoccupi, non fa il professore, è commercialista”. Dicono che non sia un uomo per tutte le stagioni il Rettore, infatti, non punta a piacere ad ogni costo. “Bisogna essere persone serie – dice – cambiare stile, e quando dico questo intendo che ciò che conta è recuperare credibilità”. Ai giovani e ai suoi studenti raccomanda curiosità, impegno e passione “Stay foolish, di Steve Jobs, era un bel consiglio, ma io aggiungerei che la curiosità e la genialità non bastano da sole. Mi riferisco alle Start up che i nostri giovani mettono in piedi, affinchè un’idea, anche un’ottima idea, si sviluppi e sfondi, bisogna imparare a saper bene amministrare, a conoscere i metodi dell’organizzazione aziendale. Non si cresce soltanto con le idee”. Svela di essere un gran viaggiatore ma è rimasto affascinato da San Francisco “Perché? Neanche a dirlo, si ricordi che è la città della Silicon Valley, un’area geografica che si distingue per vivacità intellettuale. Catania, in un certo momento, aveva provato a replicare il modello, i talenti ci sono, vorrei riprendere il discorso rimasto in sospeso con l’Etna Valley. Ho sentito Crocetta e gli ho detto che bisogna collaborare, fare massa critica per promuovere lo sviluppo”. In chiusura chiediamo al Rettore se è stato un buon studente, lui si rimette la giacca, si alza in piedi e sorride “vi mostrerò il libretto, quello scritto a penna che oggi non esiste più, sarò fiero di esibire voti di tutto rispetto ottenuti da veri geni dell’economia italiana”.

Due signore in Procura Intervista ai Procuratori della Repubblica di Catania Marisa Scavo e Iole Boscarino @ILSmagazine

di Elena Giordano – marzo 2013

Quando le incontriamo, in Italia è appena passato un ciclone. Anzi, uno “tsunami”, che ha determinato una metamorfosi, travolgendo definitivamente anche la Terza Repubblica. E loro ne sono consapevoli. Così come hanno chiaro di essere nel bel mezzo di una nuova Tangentopoli “perché proprio a vent’anni esatti dal primo, assistiamo a un nuovo fenomeno di corruzione e saccheggio delle risorse pubbliche”. Insomma, di cose per le quali stare allegri ce ne sono poche. Ma è in questi momenti che occorre essere ancora più determinati. E questa è una caratteristica che a loro di certo non manca. Eccole Marisa Scavo e Iole Boscarino, due delle donne “forti” della Procura di Catania, rispettivamente coordinatore del pool antipedofilia e sostituto alla Dda. Agli antipodi per temperamento, abitudini, visione della vita le due “magistrate” catanesi stanno lì, tra quei pochi (ma buoni) pilastri rimasti a sorreggere il cornicione delle Istituzioni e, benché spesso pezzi di muro gli cadano in testa, restano immobili, occupandosi “insieme a ottimi colleghi” di delicatissime indagini che riguardano da una parte (Marisa Scavo) pedofilia, stalking, violenze sessuali, femminicidi e reati contro la famiglia, dall’altra (Iole Boscarino) mafia e quindi omicidi, estorsioni, concussione, e tutto quello che riguarda “i reati attinenti alla limitazione della libertà personale in tutte le sue forme, dalla violenza privata fino all’uso distorto del potere pubblico”.

Guai a parlare di casi specifici però. Poi, quasi a bocca chiusa, ammettono che “nessuna critica è da fare ai magistrati che scelgono la politica. È un loro diritto costituzionalmente garantito, purché si faccia una scelta chiara e precisa”. Finché si è magistrati, insomma, non è opportuno esprimersi, ed “è evidente che  – spiega la Boscarino – non deve trapelare in alcun modo ciò che personalmente pensiamo anche nelle azioni quotidiane”. Tra i loro colleghi candidati alle ultime politiche, solo uno, Piero Grasso, siede oggi in Parlamento; l’altro, Antonio Ingroia, non ha ottenuto il risultato sperato.

Pronte a festeggiare l’anniversario dei 50 anni dal primo concorso per le donne italiane in magistratura (era il 1965 quando, dopo un concorso con 5.600 candidati, vennero nominate le prime otto donne magistrato), Marisa Scavo e Iole Boscarino hanno una certezza: “Le donne hanno una marcia in più”. E non si riferiscono alla “congenita” competizione tra uomini e donne, ma al fatto che l’ambiente circostante “anche fuori dal tribunale” per una donna non è sempre favorevole e che “per fare qualunque mestiere devi avere tanta forza e tanta determinazione”.

Una di indole battagliero, che conduce indagini, anche internazionali, su abusi orrendi commessi sui minori e gravi e frequenti atti di violenza domestica. L’altra, mamma di due bambini, “timida” ma anche “determinata e coraggiosa”, che ha in mano, insieme ai noti colleghi Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara e Agata Santonocito, uno dei grandi e più delicati processi catanesi degli ultimi anni: Iblis, l’inchiesta che vede imputati l’ex Governatore Raffaele Lombardo e suo fratello Angelo di concorso esterno per associazione mafiosa. E con loro altri politici, imprenditori, colletti bianchi, ma anche decine di boss dal pedigree di tutto rispetto.
Marisa Scavo, bella donna dai tratti mediterranei, è cordiale, dal sorriso contagioso e accetta di parlare di sé a condizione “che possa andare prima dal parrucchiere”. Uno dei suoi due figli, il più grande “è appassionato di sport, andrà a studiare diritto sportivo a Milano, anche se avrebbe fatto volentieri il calciatore”. E la magistratura? “Non se lo sogna neanche di entrare, e io sono d’accordo con lui”. Iole Boscarino, giovane donna e mamma di due piccoli di 6 e 8 anni, è affezionata al suo profilo basso “perché di estetiste e belletti non me ne frega niente”. In più è tifosa sfegatata del Catania e “se il lavoro e i bambini lo permettono” lascia tutti la domenica per scappare allo stadio.
La Scavo spiega che le sue sono inchieste particolari: “È chiaro che quelli che perseguiamo sono reati che hanno anche una fortissima componente psicologica e non solo per chi li commette, che naturalmente soffre di gravi disturbi psicopatici; ma anche per le vittime, che dobbiamo provvedere a sorreggere e monitorare costantemente proprio per la serietà delle violenze subite. Un bambino che ha subito questo tipo di violenze da piccolo sarà un adulto con problemi molto seri”. Sono sue, tra le altre, la recente maxi operazione Rescue che ha visto indagati 459 pedofili in tutto il mondo tra cui 71 italiani; l’indagine su una madre che violentava il figlioletto con oggetti sacri e vestita da suora; quella dell’insospettabile marito e padre sieropositivo che adescava (e dunque contagiava) ragazzini su internet per poche decine di euro; l’ultima, di pochi giorni fa, di quell’affermato ematologo che effettuava in ospedale visite particolarmente approfondite sulle pazienti più giovani. Il magistrato, che ama ricordare la battaglia di Rosa Oliva, aspirante Prefetto nel 1960, contro una legge del ’19 che impediva l’accesso delle donne nei pubblici uffici, insiste sui diritti garantiti dalla Costituzione “nonostante siano passati cinquant’anni dalla redazione dell’art.51, dobbiamo ammettere che ancora il nostro è un Paese prettamente maschilista. È un consolidato atteggiamento culturale e il pregiudizio verso le donne e il loro accesso a posizioni apicali nella professione è ancora molto forte”.
Ha iniziato presto la Scavo, nel 1980, a soli 33 anni era già Pretore a Gela “già prima che arrivassi mi dicevano che non avrei potuto esercitare perché mi sarei messa subito in maternità. Pensi che proprio per smontare queste dicerie aspettai ben sei anni prima di decidere di fare il primo figlio”. Legge i classici della letteratura europea, ama Tracy Chevalier, cucina “tutti i giorni per la mia famiglia” e sostiene che “il mondo non si può cambiare, ma ognuno di noi può dare un contributo per migliorarlo”. Ama la sua città “che però vive nel totale disprezzo delle regole” e adora viaggiare “con i miei ragazzi e mio marito” al quale è legata da quando aveva 15 anni. Ma cosa prova una madre, che è anche magistrato, quando interroga qualcuno accusato di aver violato un bambino? “Rispetto alle persone offese cerco sempre di far scattare un rapporto di empatia, di conquistare la fiducia di qualcuno che è profondamente diffidente e impaurito. Gli imputati invece ci provano sempre, solo per il fatto di trovarsi davanti una donna credono che si possano far scattare certe corde emozionali. Puntano alla nostra sensibilità e quindi mettono in campo una serie di meccanismi per intenerirci. È storia vecchia a cui sono abituata”. La signora Scavo è una donna elegante “sono sempre stata attenta ai particolari, anche oggi che ho un’età matura, credo che una donna debba esprimere fino in fondo la sua femminilità”
Iole Boscarino a 35 anni era già alla Dda. “Non sono una persona che perde la calma facilmente e non credo di aver mai accusato qualcuno ingiustamente. I processi lo confermano. La sicurezza? “Non mi sono mai posta il problema di quella mia personale – spiega – ho la scorta ma quando posso ne faccio a meno. Tutti noi, qui dentro, diamo per scontato che il nostro è un lavoro rischioso, ma la spinta verso la verità è sempre più forte”. Parla di “spinta”, di “coraggio” e di “cuore” il sostituto procuratore, ed è questa spinta “che in Marisa ho sempre ammirato”, che le permette di indagare sulle grandi famiglie catanesi di mafia che fanno capo ai Santapaola-Ercolano. “È chiaro che abbiamo a che fare tutti i giorni con imputati di ‘spessore’ – dice – ma il nostro è un pool competente e coeso, siamo una vera squadra e grazie alla collaborazione di tutti, al costante dibattito e confronto interno, sono sempre tranquilla di essere sulla strada giusta. Certo, è inutile negarlo, quando siamo alle prese con un’indagine di qualunque tipo, coinvolgiamo anche il cuore; è inevitabile che ognuno di noi metta dentro anche una parte di sé”. Oltre al processo Iblis, su cui è concentrata ma di cui non vuol parlare, ricorda Cherubino “in cui ho ottenuto il sequestro di tutto, un enorme patrimonio immobiliare e societario. Questo processo ha sconfitto il monopolio nel settore delle pompe funebri della famiglia D’Emanuele, cugini di primo grado di Nitto Santapaola”, ma anche l’arresto del boss Lucio Tusa, con l’operazione Gabel “appartenente alla famiglia dei Madonia, unico e importante elemento di raccordo tra i catanesi e Cosa Nostra palermitana anche grazie al fratello Francesco che vive a Bagheria”.

Se dovesse scegliere un altro luogo per vivere “Catania a parte, perché la amo”, si trasferirebbe in Australia “perché quel popolo vive in serenità e nel massimo rispetto delle regole”. Legge, e tanto: Alicia Gomenez Barthlet, Camilleri e Carofiglio “ma anche Ken Follet”; ama il teatro “ abbiamo da sempre un palco al Teatro Massimo Bellini e non mi perdo neanche una rappresentazione classica a Siracusa” ma pensa ai bambini “perché Catania in questo ha una buona offerta, specie per i ragazzi”. Adora da sempre l’inchiesta “anche se da ragazzina avrei voluto fare la giornalista” e con il marito, esperto di informatica, condivide la passione per la cucina “a volte la sera, anche se tardi, decidiamo di trovare una ricetta sul web e la sperimentiamo. È terapeutico, sono bravissima a cucinare la caponata di mia nonna, ma questo è il periodo delle ricette di pesce”. Mentre sorregge un grosso faldone in mano riflette a voce alta: “Cerco sempre di guardare negli occhi le persone, di capire quello che c’è dietro a ogni reato. Anche il più pericoloso dei criminali ha il diritto di essere ascoltato con attenzione. Anche se sono qui solo per applicare la legge”. E della mafia che cosa pensa? “Le indagini patrimoniali costituiscono il vero valore aggiunto nelle operazioni anticrimine condotte contro le organizzazioni mafiose. Oggi questo è uno strumento prezioso che ci ha permesso di fare enormi passi in avanti. Se la sconfiggeremo? Guardi, la mafia è ormai nel Dna dei siciliani…”.

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