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La cosa più importante è continuare a raccontare quello che vedo (cit.Anna Politkovskaja)

Mese

ottobre 2013

Enzo Rovella, Io Pittore metropolitano @ILSmagazine

rovella

di Elena Giordano

Catanese di nascita ma cittadino del mondo, le suo opere evocano luoghi non sempre veri, spesso virtuali, immaginati, non bene identificati: “Per me essere nato in Sicilia è solo un fatto casuale e geografico. La bellezza è qui come altrove”

Nel suo lavoro la Sicilia è assente. Nessun colore, nessun tratto, neanche una minima citazione. Per la verità, parliamo d’istinto, quello che l’artista catanese Enzo Rovella rimanda a un primo approccio, è solo una perfetta rappresentazione del suo tempo. Contemporaneo e, soprattutto, specchio della sua generazione: gli anni Ottanta/ Novanta, con quel più e meno che ieri c’era e oggi, nei giovanissimi emergenti, non c’è più. E non solo. Tutto il percorso artistico dell’ormai affermato pittore sembra avere una precisa colonna sonora. Sead alcune sue immagini come Landscape, ad esempio, Metropolis o Volo verso il Rosso attribuiremmo una musica, niente sarebbe più appropriato della cavalcata di “Fino alla fine del mondo” (dal film di Wim Wenders) del lontano 1999. Perché se è vero che le arti, in questo caso pittura e musica, descrivono sensazioni, ricordi, sogni e certezze di un periodo, l’opera di Rovella evoca allo stesso modo quelle note, in cui si racconta, anche lì, un viaggio intorno al mondo. Un mondo non sempre vero, spesso virtuale, immaginato, non bene identificato e, comunque, che non cita mai un perfetto un luogo fisico. Nelle sue opere non c’è alcun richiamo alla sua terra d’appartenenza, come mai? “Non lo so, forse perché non me ne frega niente di avere una collocazione. Io sono metropolitano, punto. Trovo riduttiva questa cosa di trasmettere l’idea di un luogo, in questo caso la mia sicilianità, il mio lavoro non è territoriale e anche Demetrio Paparoni (critico d’arte contemporanea e direttore di Tema Celeste,ndr), quando mi ha scoperto, ha fatto la stessa osservazione”. Bel caratterino. Crede di essere di un altro pianeta? “E perché no, forse sto nella Luna. Guardi un qualsiasi mio quadro, è astratto ma evoca un paesaggio, in realtà è solo una mia immaginazione, ognuno può vederci quel che vuole. I colleghi palermitani ad esempio, hanno un rapporto molto più forte con la nostra terra d’origine, sono quasi tutti figurativi, ne citano molto i colori, le sensazioni. Per me invece, essere nato in Sicilia è solo un fatto casuale e geografico. La bellezza è qui come altrove”. È appena rientrato da una mostra in Cina dove ha riscosso un buon successo. È stato anche premiato come migliore artista contemporaneo europeo. Presto sarà ospite anche in Iran, si monterà la testa? “Certamente è stata una grande soddisfazione, è un bel momento per la mia vita professionale. Sono stati lunghi gli anni in cui facevo giri a vuoto pur di far conoscere il mio pensiero. Non è mai facile per un giovane artista e, in questo caso è vero, per uno che viene dal Sud. In Cina hanno comprato le mie opere, sono un popolo colto e raffinato, essere riconosciuto da quel mercato mi riempie d’orgoglio. Prima dell’Iran c’è Genova, una famosissima azienda di tessuti ha scelto quattro artisti italiani, tracui il sottoscritto, per disegnare la nuova collezione”. Ma lei come ha cominciato? Ci racconti il suo percorso artistico? “Tutta la mia famiglia ama l’arte. Da piccolo, i miei professori si accorgevano che ero totalmente distratto, non seguivo nessuna lezione che non riguardasseil disegno. Stavo continuamente a disegnare, ovunque, tappezzavo le pareti con centinaia di ‘pizzini’. Poi l’Istituto d’Arte mi ha dato una forma, i primi lavori avevano una forte influenza grafica, fino alla maturazione. Un’artista per crescere deve poi viaggiare, rinnovarsi, ascoltare, anticipare, frequentare il mondo dei creativi, i circoli culturali, le gallerie. Non è una via facile, ma serve determinazione”. Diciamo che poteva permetterselo “Nel senso che la mia famiglia mi ha dato i mezzi? Sì, certo ma questo non vuol dire niente, l’avrei fatto comunque. Partivo per conoscere altri artisti e galleristi senza sapere quanti mi avrebbero mandato a quel paese. Non ha idea di come e per quanto tempo mi abbiano snobbato. Ho avuto costanza, che è quella che non deve mai mancare. Poi è arrivata la svolta, tra il 1995 e il 1996, devo dire grazie a Rosanna Musumeci, la prima gallerista che ha investito su di me. Poi, naturalmente al mio guru, Demetrio Paparoni e a Francesco Rovella di Carta Bianca, il mio attuale agente”. Come è andata la storia? Paparoni è conosciuto per essere un osso duro “Demetrio era a Siracusa per assistere all’inaugurazione di una mostra di Martin Disler e io sono andato. Tutti lo temevano perché è un tipo stano, è molto difficile avvicinarlo, ma mi sono fatto venire un po’ di coraggio e gli ho chiesto di dare un’occhiata a un mio quadro. Era un 30×33, naturalmente mi rimproverò per non aver chiesto preventivamente un appuntamento, ma lo osservò a lungo. Fu un’occasione fortunata, è stato l’inizio vero della mia carriera. Da lì a breve mi diede l’opportunità di partecipare a una collettiva organizzata da Fabio Sargentini, gallerista d’avanguardia e direttore della storica galleria l’Attico di Roma”. Oggi ha una buona quotazione, si ritiene soddisfatto? “La prima vera quotazione arrivò da un’altra mostra importante che feci a Firenze, era la mia prima vera personale importante curata da Paparoni e grazie a Sergio Tossi. Il gallerista è un nome autorevole, vendeva già i grandi nomi americani come Russel Scarpulla. Oggi le mie opere sono vendute bene. Nell’arte è tutta una questione di tempo”. La critica d’arte Beatrice Buscaroli definisce la sua pittura “un’ascesi silenziosissima”. Che vuol dire? “Credo che si riferisca al mio rigore, all’esigenza personalissima di chiudermi nel mio studio per buttarmi sulle tele. Una necessità fortissima di ‘silenzio e pittura’, di bellezza. Sono un esteta estremo, cerco la bellezza in tutte le sue forme, a volte mi chiedono se il valore estetico non sia diventato per me una forma di ossessione. Io credo che più di ossessione si debba parlare di ‘urgenza’, un’opera d’arte del resto dev’essere forte, moderna, riconoscibile anche per i suoi tratti estetici”. Per chiudere con la Bellezza. Lei non dipinge la Sicilia, ma qual è la cosa più bella che trova nella sua Isola? “Direi la luce, secondo me non esiste altro posto al mondo che abbia l’intensità e i riflessi di cui noi godiamo ogni giorno. È energia pura, è contrasto. E’vita”.

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Elita Schillaci, Start and Go – intervista all’ex preside della facoltà di Economia di Catania @ILSmagazine

schillaci

di Elena Giordano

Chiedetele tutto, ma non di se stessa. Elita Schillaci,ex preside della facoltà di Economia di Catania e professore ordinario di management in un mondo tradizionalmente al maschile, ha imparato che nella vita di una donna di talento due sono le regole da non dimenticare: mettere cuore in tutto quello che si fa, ma non dirlo a nessuno. E la ragione è una sola. Se la passione e l’energia nel lavoro sono quelle marce in più tipicamente femminili è anche vero che mostrarle potrebbe non essere compreso. Infatti, lei, tranchant, afferma “sono un professore e basta”. Così proviamo a forzare e, alla fine, per accorciare le distanze, tra un panino e una telefonata, una chiacchiera con un collega e un caffè, ci ritroviamo a parlare non solo di start up (la sua specialità fin dal 1980) ma anche di figli (i suoi), di speranze, di futuro, della vita in generale. Il modo in cui Elita Schillaci, seduta alla sua scrivania, si rappresenta, è già tutto, spegne in fretta il pc, si abbottona decisa una giacca gialla e punta i suoi occhi magnetici: “La mia vita è qui – esclama – è questa la perfetta rappresentazione di me stessa”. La professoressa, è certo, ha una spinta in più che si chiama carisma. E non l’ha appreso a scuola. Lei è fatta così. “L’economia? Per me è stata una ragione di vita. Mi sono laureata giovanissima e poi, subito, sono andata a studiare le start up alla New York University. In quegli anni, circa trent’anni fa, non era così facile come oggi oltrepassare l’oceano e parlare di management e start up venendo dalla Sicilia”. Quando gli anni passano – diceva Vittorio Foa – si tende a ritirarsi, infastiditi, dai riflettori, o si sceglie la confessione di sé senza falsi pudori. Lei è una donna autentica, trasparente ma pudica, nel suo intimo. Perché ama poco parlare del suo privato? “Perché credo che il ‘privato’ sia nella vita di ogni giorno, nelle azioni quotidiane. Il racconto della tua vita è il tuo stesso vissuto. Non vedo grande distinzione tra pubblico e privato”. Qual è il suo metro per giudicare chi le sta di fronte? “La capacità delle persone di costruire rapporti seri, relazioni durature, progetti solidi. La reale coerenza tra ciò che si dice di fare e ciò che si fa e tra ciò che si fa e ciò che si dice di fare. Purtroppo nella società in cui viviamo c’è un totale scollamento tra le tre dimensioni”. Cosa non le piace? “Non mi piace la voglia di distruzione. Non mi piace l’entropia. La gente pensa che i sentimenti e la parte affettiva di ognuno di noi non debbano essere coinvolti con la parte professionale. Questo ha portato a una differenziazione emozionale. Si assiste a uno sdoppiamento della persona. E poi l’avidità, che sta sotto gli occhi ditutti. Oggi la spiritualità e la morale scarseggiano nella costruzione delle nostre attività quotidiane”. Che rapporto ha con la ricchezza? “Penso che sia importante possedere solo ciò che realmente può servire. Nel mio caso mi basta avere il necessario per garantire alle mie figlie di andare avanti con gli studi e avere il migliore bagaglio di competenze”. Qual è la sua grande passione, nella vita, oltre che l’economia? “La lettura e il viaggio. Leggo contemporaneamente tre o quattro libri per volta e li porto con me, anche se vado via solo per un giorno. Un libro rappresenta un compagno, mentre viaggiare serve ad aiutarmi in un percorso di conoscenza profonda delle cose, del mondo e di me stessa. Ho cominciato ad appassionarmi ai libri da piccola, con la lettura dei grandi classici, ho proseguito per tutta la vita con scelte diverse. Per quanto riguarda i viaggi mi piace citare Tiziano Terzani, che sto leggendo in questi giorni: ‘Ogni viaggio ha senso se si torna con qualche risposta nella valigia’”. Sta per presentare due nuove iniziative che le stanno molto a cuore. Di cosa si tratta? “Siamo in procinto di far partire una nuova iniziativa per lo sviluppo dei talenti giovanili, la Svff (Social Venture Foundation Philantropy), con l’obiettivo di modificare alla radice il modello produttivo

siciliano riequilibrando il fattore del profitto con quello della responsabilità sociale e del rapporto virtuoso con i territori. In sintesi: un ecosistema d’imprenditorialità dinamico e filantropico che aiuti i giovani a riprendere fiducia e a creare lavoro. Abbiamo creato una Fondazione di comunità e vogliamo che tutto il territorio siciliano si unisca a questo progetto per aiutare i giovani in una visione di responsabilità sociale e di nuova progettualità. Un contenitore di vivacità e di proposte condivise, dove l’imprenditoria e la finanza più “illuminate”, in un’ottica di give-back, sostengano queste iniziative e riescano a coniugare, merito, progettualità e fiducia”. E la seconda?

“Il secondo progetto, che sarà presentato tra qualche giorno, nasce dalla collaborazione tra Università e Regione. Si chiama ‘Promozione di nuovi processi imprenditoriali eco-sostenibili nelle aree a elevato rischio di crisi ambientale’ e ha l’obiettivo di promuovere la creazione di start up giovanili a elevato contenuto d’innovazione sociale in Sicilia, particolarmente nelle aree di Gela, Milazzo e Priolo, definite tecnicamente ‘a elevato rischio di crisi ambientale’ per la prossimità agli insediamenti petrolchimici e per il correlato degrado ambientale, sanitario e sociale. Si tratta di un progetto che nasce da uno studio approfondito sui nuovi scenari di competitività etica e responsabilità sociale. Ci siamo concentrati su Gela, Milazzo e Priolo, per immaginare, e dunque facilitare in quei luoghi, le opportunità di nuova impresa, in altre parole start up, dirette a ripensare il loro sviluppo”. Si occupa di start up dal 1980. Quali sono le giovani imprese che ha seguito con “affetto”? “Tutti i ragazzi che ho seguito in questi anni sono ancora in contatto con me. Molti di loro hanno avuto successo e questa è una bellissima soddisfazione. Tra le ultime, credo che Ipress, Biomasse e Seejay siano degli esempi di come una buona idea possa diventare impresa”. Cosa fa nei suoi momenti liberi? “I miei momenti liberi per la verità sono rarissimi. Per fortuna vivo una realtà professionale molto dinamica e che mi piace molto. Per il resto, ovviamente, quando riesco a ritagliarmi degli spazi, penso alla mia famiglia, a mio marito e alle mie figlie, con cui condividiamo il piacere di discutere molto e su tutto.

Le sue figlie che faranno da grandi? Che cosa ha consigliato? “Le mie figlie sono Ludovica e Ottavia e solo una ha deciso di studiare economia. La grande, venticinque anni, vive a Berlino e l’altra, ventidue, a Copenaghen e si occupa di architettura digitale. Non ho consigliato nulla, hanno deciso da sole. Però per ambedue devo gestire un delicatissimo ‘trade-off’ perché, da un lato, le spingo a diventare cittadine del mondo perché imparino a lavorare sulle proprie competenze e sui propri meriti, vincendo così, l’egoismo di madre; dall’altro cerco di tenerle legate ai valori della famiglia e degli affetti. Come ha detto qualcuno le madri dell’anima dei propri figli”. Che cosa pensa della politica e del momento storico che sta attraversando il nostro Paese?

“Viviamo in una fase di grande crisi economica, sociale e istituzionale in cui la litigiosità è elevatissima non solo tra i vari gruppi, ma anche all’interno di questi. Penso sia necessario ripartire da messaggi di fiducia e speranza, seguire un po’ quello che sta facendo Papa Francesco, il quale sta lavorando molto bene sul concetto di ‘church-reputation’. Ecco, credo che il lavoro più importante che il nostro nuovo Presidente del Consiglio debba fare, sia di costruire una nuova vision del Paese”. Cos’è per lei la bellezza? “Armonia ed equilibrio”. Cosa ha desiderato di più nella vita e non è riuscita ad avere? “Il punto non è desiderare, ma cosa si fa durante il percorso in cui si è alla ricerca di qualcosa. A me interessano molto di più i percorsi che i desideri di per sé”. Qual è il suo piatto preferito? “Quello che sto cercando di non mangiare più. Il filetto ai ferri. Dicono che a una certa età si debba eliminare la carne rossa”. Cos’è per lei l’amicizia? “Trasparenza e lealtà”. Si ritiene una persona leale? È mai stata accusata di non esserlo? “Credo e spero di sì. In ogni caso tendo a esserlo e ho pagato quasi sempre per questo”. Che rapporto ha con la fede? “Per me la fede è soprattutto riportare il ragionamento su di sé e sulla propria spiritualità. Anche in questo caso voglio citarle un piccolo libro di Vito Mancuso, che ho letto a Natale scorso e che si chiama ‘Conversazioni con Carlo Maria Martini’. Mancuso riporta un dialogo tra un uomo di Chiesa, il cardinale Martini per l’appunto, e un laico, Eugenio Scalfari. Quello che ne viene fuori è che, di là dalle etichette religiose, la via della comprensione di un uomo è innanzi tutto la sua dimensione spirituale. È questa che caratterizza l’uomo stesso”

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