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elena giordano

La cosa più importante è continuare a raccontare quello che vedo (cit.Anna Politkovskaja)

Mese

marzo 2014

Goran Bregovic, un gitano a Catania

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ImmagineDi elena giordano

La sua unica condizione è stata quella di tornare nei luoghi. Quei luoghi della memoria, la sua, in cui ha scoperto la Sicilia, la sua “magia”, i suoi simboli. E se n’è innamorato.

 

          Maestro perché ha voluto che ci incontrassimo per strada, in via Crociferi, davanti a un convento barocco?

 

Guardi quel piccolo balcone, è da lì che ho aspettato l’alba una notte di febbraio di 15 anni fa, era la festa della vostra Santa patrona, S.Agata, e volevo a tutti i costi sentire il canto delle Benedettine di clausura al passaggio della “vara”, davanti alla Chiesa del Santissimo Sacramento.Mi hanno spiegato che il canto, realizzato dal musicista Tarallo, interpreta la preghiera che Agata ha fatto a Dio come ringraziamento per averla liberata da quell’uomo che voleva sposarla. E’ stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Non posso dimenticare l’energia della folla che in silenzio ascoltava quelle piccole donne cattoliche affacciate da dietro le sbarre.

 

          Eppure lei è uno dei più importanti artisti mondiali nel campo della musica folk, non è solo esperto di musica balcanica, ma conosce i ritmi e le contaminazioni di tutto il bacino mediterraneo, dai Balcani, passando per Istanbul, la Grecia, Israele.

Diciamo che di tradizioni di questo tipo, di cori, di bande, di feste patronali, di strumenti tipici del folk se ne intende moltissimo.

 

Ha ragione, ma è proprio in quel periodo che è incominciato tutto. La folgorazione per la musica popolare, prima del mio paese e poi per quelli “vicini”, è avvenuta all’inizio degli anni novanta. quando scrissi le colonne sonore dei film di Emir Kusturica. E poi sono anche un uomo e un artista sentimentale. Ho suonato a Catania quando il mio genere stava appena per essere scoperto in Europa e la vostra città fu una delle prime tappe di successo della mia carriera. Per questo non posso mancare da qui per troppo tempo. E poi il vostro Vulcano, mi riserva sempre un’accoglienza straordinaria.

 

          L’Etna, cosa vuol dire?

 

L’Etna per me è un vulcano magico. E me lo manifesta con dei segni tutte le volte. Ricordo che era agosto, pochi minuti prima del concerto in Sicilia, a Catania, grazie a quel festival di Franco Battiato e Enzo Bianco, l’Etna cominciò a sbuffare violentemente cenere, era una cosa strepitosa per noi. Tutta la mia band, di circa trenta persone, fu costretta a suonare con gli occhiali da sole. Sembrava un’orchestra di ciechi! L’indomani chiusero l’aeroporto, era una cosa che non avevo mai sentito nella mia vita! Sa cosa feci? Restai a Catania per due giorni e mi divertii moltissimo. Non pensi che dò troppa importanza ai segni, ma sa cosa succede da allora? Ogni volta che devo volare qui l’Etna mi accoglie con i suoi capricci e mi offre uno spettacolo straordinario. Anche ieri notte.

 

          Di cosa si sta occupando in questo momento?

 

E’ appena uscito il mio nuovo disco, “Champagne for Gypsies”, e mi aspetta una lunghissima tournée.  A casa mia, a Belgrado o a Parigi, riesco a starci davvero poco.

 

          Sarà il suo sangue gitano ma lei è uno dei musicisti contemporanei più prolifico in fatto di tour. E’ sempre in giro per il mondo, ogni sera una città diversa, non si stanca mai?

 

E perché? Mi crede vecchio? Davvero mi diverto moltissimo, a casa mi annoierei. Ogni posto in cui vado ho degli amici. In Sicilia, per esempio, ho sempre delle persone care a cui chiamare, con cui andare a mangiare, a bere, a scoprire cose nuove. Cosa dovrei fare, coltivare l’orto? Suonare solo per gli amici? No, questi ultimi quindici anni per me sono stati bellissimi e ricchi di esperienze indimenticabili. Diciamo che prima di allora non avevo mai lavorato in vita mia.

 

          Il tema principale del suo nuovo lavoro è proprio la popolazione gitana e la sua musica, la difficoltà di essere accettata e le discriminazioni da essa subite.  Il disco esprime la voglia di invitare i più importanti rappresentanti musicali di etnia “Romani” recentemente vittime di forti pressioni in tutta Europa (espulsioni dalla Francia e dall’Italia, roghi di abitazioni in Ungheria e violenze in Serbia,ndr). Cosa pensa del fenomeno degli sbarchi in Sicilia dal nord africa e dell’emergenza immigrazione clandestina?

 

Che avete un governo che non sa prendere decisioni. Che l’Italia non riesce a fare riforme serie, lungimiranti, che a causa dei litigi interni non riesce a rendersi credibile con l’Europa. Il vostro dramma più grande è l’instabilità politica, cosa che in Francia, nonostante i problemi, non subiscono. La nostra, come la vostra, è terra di scorribande e nei secoli noi, come voi, siamo stati costretti a muoverci, ad accogliere o a emigrare, a lasciare casa. Spesso dimenticate che, chi va via dal proprio paese, è perché deve fuggire da enormi pericoli o da grandi difficoltà. Voi non avete avuto la sfortuna, in tempi recenti, di vivere l’esperienza drammatica di una guerra sanguinosa e devastante. L’Europa ha la memoria corta, ricordate cosa è successo in Bosnia? E cosa sta accadendo adesso in Siria, nel Maghreb o nei paesi dove ci sono sanguinose dittature?

 

          Qual’è stato il momento della sua vita in cui ha avuto più paura?

 

Io sono figlio di madre croata e padre serbo, quindi, a parte la guerra, quando sono scappato da dalla mia città, Sarajevo, credo di aver rischiato di più cadendo dall’albero di ciliegie di casa mia.

 

          Cosa le piace di più dell’Italia?

 

Il cibo e il Sud. Ho lavorato anche in Puglia come direttore artistico ed è una terra bellissima. Ho saputo  che anche voi, adesso, avete un Presidente impegnato a rilanciare le enormi potenzialità culturali della Sicilia. Se dovessi dire la mia, investirei moltissimo sulla promozione delle vostre radici culturali. Penso alla festa di Sant’Agata a Catania piuttosto che a Santa Rosalia. Sono opportunità incredibili, uniche nel mondo, penso anche alle raffinatissime sonorità dei vostri musicisti folk. In Puglia la “pizzica” e “la notte della Taranta” fanno arrivare ogni estete migliaia di turisti. Se poi ci metti che sono bravi nell’accoglienza…

 

          Cosa suggerirebbe allora a un amministratore siciliano?

 

Innanzitutto che pensare di risollevare l’umore dei cittadini, in tempi difficili, non è un peccato ma uno stimolo. Io, ad esempio, non suonerei mai, neanche sotto tortura, un brano triste, che non faccia ballare la gente, che diventi rito liberatorio, di speranza. Poi direi pure che i soldi spesi in cultura tornano tutti. Moltiplicati.

 

          Lei, accompagnato dalla sua Wedding and Funeral Band, canta un’inedita versione di “Bella ciao”, ma lo sa che è una canzone “comunista” e che la cantavano i partigiani italiani in guerra contro il fascismo?

 

Certo che lo so e diciamo che ho qualche ricordo in merito a tutte queste vicende. Da dove crede che io venga?

 

 

 

 

Emilio Giardina, A beautiful mind sotto l'Etna

storia di un genio siciliano

di Elena Giordano

Intervista a Rita Botto, cantante Folk

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La sua musica viene dal profondo, scava nelle viscere della terra, nella storia del nostro popolo. E’ la musica tradizionale, quella folk, suonata con particolari strumenti e accompagnata da balli tipici. E’ charme, è mistero, è lamento e insieme inno alla vita. O la ami o la odi. E lei, Rita, è come la sua musica, forte, decisa, appassionata, intransigente.

-Signora Botto perché ha scelto il genere folk?

Amo la cultura popolare, per me cantare in siciliano significa  obbedire alla lingua del cuore,quella più vicina al mio modo di sentire ed esprimere i più disparati sentimenti .

-Come ha scoperto la sua passione?

Se non fosse stato per l’incontro fortuito con Rosa Balistreri, forse non avrei scoperto mai la bellezza e ricchezza di quello che per me era un nuovo mondo, la canzone siciliana. Ai tempi, la mia passione era il jazz.

-Qual’è il suo collega preferito?

Guardi, non è un fatto di genere musicale. Con tutti i miei colleghi ho un rapporto speciale basato sulla stima e  qualità umane ma il più mattacchione di tutti è Teo Ciavarella, pianista pugliese che vive a Bologna.

-Cosa pensa in generale della musica italiana?

A parte quei pochi nomi che contano nel panorama musicale italiano,mi sembra che  siamo in pieno nell’era dei  talent show ,con un mercato discografico  poco rappresentativo all’estero che investe solo su cose commerciali e poco sulla qualità. Istituzioni assenti non operano per la diffusione della cultura musicale italiana ,figuriamoci di quella popolare!

-Quali sono le sue passioni?

Mi piace molto fare la turista in  Sicilia, scoprire i tesori nascosti, adoro conoscere le specialità culinarie tipiche dei luoghi e sentire il suono dei diversi dialetti, mi sembra di rafforzare la conoscenza della mia terra che non finisce mai di meravigliarmi.

-Il suo rifugio?

A giugno,un piccolo scoglio tra cielo e terra che da più di 30 anni mi regala sensazioni uniche, Panarea! Lì finalmente il tempo si dilata, perde i suoi contorni, la natura ti sovrasta e  carica di energia, si recupera la condizione umana che in fondo è fatta di poche essenziali cose.

-Chi è il suo maestro?

Non c’è un solo maestro, caso mai ce ne sono tanti da cui si prende ispirazione, ma il vero maestro è dentro di te stesso. Si diventa artigiani della propria vita ,forgiando idee, intuizioni a propria misura.

-E il suo mito?

I miti vanno e vengono a secondo l’età ,ma oggi resto affascinata di fronte la figura di Alejandro Jodorowsky, istrionico ottantenne, sciamano dell’animo umano.

-La cosa a cui non vorrebbe mai rinunciare

L’amicizia.

– Il suo piatto preferito

Adoro il Baccalà con patate, capperi ,olive, pinoli uva  sultanina, insomma alla messinese

-il suo viaggio nel cuore?

Quello che ancora devo fare. L’Africa.

-Il rapporto con gli uomini

Ottimi rapporti in  amicizia, l’amore è un casino, quella è una cosa da saggi!

-E’ innamorata?

No,purtroppo.

-Cos’è per lei l’eleganza?

Credo che non sia soltanto una questione di abito, altrimenti basterebbe portare un capo firmato per esserlo. Il portamento, lo charme, il modo di fare, certe curiosità, penso che tutto questo faccia la differenza.

-qual è, secondo lei, la virtù che gli uomini dovrebbero avere e non hanno?

Mi sembra, che alcuni manchino della capacità di saper fare più cose contemporaneamente.

–Se non dovesse più vivere in Sicilia qual è la citta dove si trasferirebbe?

Ritornerei a Bologna, città dove ho già vissuto per più di vent’anni, dove ho cominciato a cantare, dove ho ancora tanti cari amici.

-Il politico che stima di più?

Direi che si fa fatica a pensare ad uomo politico degno di stima al momento, ma se posso rifarmi al passato non avrei dubbi sulla figura di Enrico Berlinguer.

-Lei crede in dio?

Si.

-Se dovesse scegliere tra Madre Teresa di Calcutta e Papa Francesco, chi avrebbe il piacere d’incontrare?

Papa Francesco è un bellissimo esempio di umiltà, ma avrei voluto stringere la mano a quella piccola grande donna che stava ogni giorno ricurva sui bisogni degli altri.

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