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La cosa più importante è continuare a raccontare quello che vedo (cit.Anna Politkovskaja)

Mese

febbraio 2015

Architettura – Leone “le ‘mie’ Ciminiere? Utilizzate in modo volgare” @IQuaderni de L’Ora

di Elena Giordano

CATANIA – Il Ponte sullo Stretto? Per i siciliani e’ come le brioches di Maria Antonietta, spenderemo i soldi per i progetti, ma alla fine non si fara’. Le ‘’mie’’ Ciminiere? Le utilizzano nel modo piu’ volgare. La fortuna di Catania? Il terremoto del 1693, perche’ ha eliminato la classe dirigente del tempo (1). Nella Sicilia di oggi segnata dall’irredimibile bruttezza del paesaggio restano i fatti, non gli uomini, destinati all’oblio: e’ per questo che Giacomo Leone, “l’architetto”, maestro di generazioni di progettisti, ha inventato “l’anonimatologia”: “sono i fatti che restano, non le persone – sostiene – gli autori sono, subito e appena, un riferimento: vocali e consonanti che si incontrano solo per nominarsi e avviarsi verso l’anonimato. Da questo – spiega – il mio nuovo neologismo: l’anonimatologia, ogni spazio e tempo, a fatti, cose, libri, arti, musiche, sinfonie, alle matematiche e alla filosofia. Non a filosofi, musicisti, letterati, poeti, architetti, pittori o scultori. L’anonimato è una conquista di durata”.
Per i catanesi è un piccolo Benigni, dai capelli arruffati e il papillon sempre a vista. Con la laurea di architettura in tasca da quasi due decenni, Giacomo Leone a quarant’anni si iscrisse alla facoltà di Scienze Politiche, sotto casa sua, solo per poter frequentare i giovani di quell’epoca di contestazione e le lezioni di via Reclusorio del Lume. E’ stato sempre tra la gente. Per la storia contemporanea dell’architettura italiana è uno della scuola di Bruno Zevi, del gruppo dei grandi nomi della facoltà di Venezia come Ignazio Gardella, Giuseppe Samonà, Francesco Tentori, Carlo Scarpa, Ernesto N.Rogers, Luigi Piccinato, Giovanni Astengo. Per i vecchi compagni del PCI rimane il più geniale, impudico e “disturbatore” di tutti. Per i suoi coetanei di destra, uno per tutti l’on.le Benito Paolone, “un saggio che avremmo dovuto ascoltare”. Per noi, di nuova generazione, è un maestro. “ Il problema della Sicilia è culturale – dice Leone – non conosciamo il senso del bello. La maggiore responsabilità delle cose brutte che ci sono in Sicilia è da imputare agli amministratori locali. Sindaci e soprintendenze. Sono loro che non hanno occhi per guardare. Non ci vuole molto, basta il buon senso, se controllassero veramente, se vigilassero su tutto quello che si fa senza un minimo di ragionevolezza la nostra terra sarebbe già ricca”. Il bello, dunque, che non c’è e produce sottocultura, non a caso il novanta per cento della nostra terra è costruita abusivamente.
Se a Venezia ha imparato la “funzione sociale” dell’architettura, a Catania, la sua città, per quarant’anni ha combattuto contro i mulini a vento. Niente di quello che ha visto progettare e nascere è stato pensato per la collettività. “Mentre Palermo resta una città di rappresentanza, Catania è ormai come Las Vegas, un circo commerciale dove è possibile fare tutto nell’edilizia e far girare denaro di dubbia provenienza. Con me le imprese non ci vogliono lavorare perché non possono rubare. Guardi che a fare un appalto “burocraticamente” corretto non ci vuole niente. E’ il seguito che bisognerebbe controllare. La realtà è che è tutto un gran disordine, noi siciliani siamo un popolo di gente che non abbiamo una lira in tasca, non abbiamo le infrastrutture ma sogniamo di mangiare il caviale. Sembra di essere nella Francia di Maria Antonietta, se il popolo ha fame non ha bisogno di brioches. Il nostro governo regionale pensa di ipnotizzarci con le brioches. Il Ponte sullo stretto, ad esempio, è come l’aneddoto di Maria Antonietta”.
Sue le uniche avanguardie di Catania. Il complesso de Le Ciminiere, la Facoltà di Fisica Nucleare, le chiese S.Euplio e San Luigi, il Centro Polivalente per la Cultura di viale Africa ( incompleto e abbandonato, ndr) “Le Ciminiere avevano una destinazione d’uso completamente diversa, avevo pensato, badi bene quarant’anni fa, a un contenitore dove si facesse cultura, invece vengono utilizzate nel modo più volgare. Dico sempre che Catania ha avuto una grande fortuna, il terremoto del 1693. Innanzitutto perché ha eliminato in una volta tutta la classe dirigente di quel tempo, dagli uomini di Chiesa ai notabili, e poi perché è stato necessario ricostruire la città. Badate bene che Catania non è barocca, come erroneamente si crede, il Vaccarini progettò una città moderna. Ci sono infatti, con un’anticipazione di trecento anni, tutti i segni di opere prettamente moderne”. L’Architetto ha sempre militato nelle fila del Pci, del quale è stato consigliere comunale negli anni ’70: “feci una battaglia durissima in consiglio contro tutti – racconta – ho cercato di salvare il salvabile quando volevamo demolire le fabbriche di zolfo affacciate sul mare, quando si cominciò a parlare del “sacco” di corso Sicilia. Molte responsabilità di ciò che è stato fatto e di ciò che manca le dò al centrosinistra, alla sinistra del compromesso storico che, come avviene anche oggi, non si muoveva per nulla“ Sua una recente lettera a Giorgio Napolitano: “era il 2008 quando le mostrai Catania – scrive Leone – il 1863, data del terremoto che ci distrusse, era il tempo in cui non c’erano debolezze per i riformisti. Nel ’70 sostenevo che in Sicilia il compromesso storico sarebbe passato alla storia solo per i compromessi che si facevano. In quegli anni ci battevamo anche per la salvaguardia delle aree centrali di Catania e non solo. Nel 1986 un gruppo di architetti e sociologi di fama internazionale, riuniti a Campo di Bisenzio a Firenze, fece un appello, esortando gli amministratori locali a non consentire l’edificazione delle aree come S.Berillo per consentire una indicazione di pianificazione illuminata, assolutamente unica e la conservazione di un patrimonio centrale di decine di migliaia di metri quadri”. Firmarono, a vuoto, Bruno Zevi, Francesco Tentori, Alberto Samonà,Vieri Quilici, Carlo Doglio, Roberto Garavini, M.Genevieve Lambert, Fredi Dgman, Francoise Maquignì . “Ho sempre cercato di lasciare un segno in quello che faccio. Un’opera deve avere un significato che resti ai posteri. Quando progettai il Cristo di S. Euplio feci scandalo – racconta l’architetto – era così brutto che il vescovo di allora lo fece rimuovere. In realtà a quell’epoca, pur non essendo un cristiano praticante, avevo contatti interessanti con una parte “eretica” della Chiesa, la corrente progressista che faceva paura agli ortodossi e di cui furono grandi esponenti coloro che si riunivano al convento de Le Caldine a Firenze: Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, Don Vivarelli ( fondatore di ManiTese), il cardinale Cavara. “Per inaugurare la chiesa di S. Luigi chiamai un grande gesuita, Diez Alegria, che insegnava all’università Gregoriana di Roma. Tremarono anche le sedie perché era considerato una “mina vagante” all’interno della Chiesa”
Di quali grandi opere ha bisogno la Sicilia? “Vorrei parlare piuttosto di quelle di cui non ha bisogno – dice deciso Leone – il Ponte è una di quelle. Dimentichiamo troppo spesso che progettare qualcosa ignorandone il “contesto”, pensare a un’opera senza ridisegnare quello che ci sta attorno è come creare cattedrali nel deserto. Prima di pensare al ponte sullo stretto bisognerebbe ricostruire le città di Messina e Reggio Calabria. Prima di volere l’alta velocità che ci porti a Roma, dovremmo pensare a come raggiungere Palermo. Ma sa cosa penso veramente? Spenderemo i soldi per la parte propedeutica ma il Ponte non si farà”.

1° La mattina dell’11 febbraio 1693, in soli undici secondi la città viene letteralmente rasa al suolo dal terremoto. Restano in piedi solo le tre absidi della Cattedrale e il Castello Ursino. Sotto le macerie perde la vita l’80 per cento della popolazione, oltre 18000 persone.

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Muos, dall’orecchio Usa radiazioni per Niscemi. di Elena Giordano ( I Quaderni de L’Ora n.4)

ottobre 2012 –

i quaderni de l'ora evento di presentazione
i quaderni de l’ora evento di presentazione

Ufficialmente tutto è iniziato nel 2008, ma nessuno ne parla. I lavori per la costruzione del sistema MUOS, un’enorme ricetrasmittente, la più grande stazione di telecomunicazione militare del Mediterraneo, pericolosissima per la salute degli abitanti delle zone circostanti, hanno avuto finora l’ok da parte di tutte le istituzioni (Stato, Regione e Provincia). La questione, ma pochi lo sanno, consiste nella messa in funzione di un sistema sofisticatissimo che emetterà radiazioni elettromagnetiche per permettere le comunicazioni segrete tra le forze armate americane dislocate tra la nostra area atlantica e il nord Africa in punti sottomarini, a mare e a terra e che sorgerebbe a soli 2 km da Niscemi, a stretto contatto con il centro abitato.
Le proteste da parte dei cittadini sono esplose un anno e mezzo fa, quando l’attuale presidente della Regione Raffaele Lombardo annunciò la sua propensione a far andare avanti il progetto. Con una comunicazione dell’ex assessore regionale Rossana Interlandi, fece sapere che era disposto a incontrare i cittadini per spiegare il suo sì agli americani. Neanche un mese fa in un intervento in consiglio comunale Lombardo ha spiegato, confortato dai suoi “esperti”, la posizione del governo regionale; con lui, il direttore dell’Arpa Sergio Marino e diversi docenti dell’Università di Palermo. «Vorremmo tranquillizzare i cittadini sulla presenza dell’antenna statunitense» ha spiegato Lombardo, «perché da come espresso dai tecnici in materia, fa meno male rispetto alle 47 antenne che insistono già nel territorio. Potremmo, inoltre, chiedere che vengano fatti degli interventi all’interno del territorio. Ad esempio l’istituzione di Zone franche urbane, una struttura ecocompatibile all’interno della riserva e controllata da guardie a cavallo, nonché un’informatizzazione più accentuata e l’impianto di un sistema di monitoraggio
in grado di visualizzare il superamento della soglia consentita». Da questo incontro i cittadini ne sono usciti più che allarmati; il primo cittadino Giuseppe Di Martino, di area PD, ha risposto esponendo, in forma permanente, uno striscione di protesta dal balcone del Municipio che recita «No al MUOS, senza spiegazioni la nostra posizione rimane invariata». Ma di che cosa si tratta? Attualmente all’interno della Riserva naturale orientata “Sughereta” di Niscemi sono installate una quarantina di antenne di trasmissione Hf (alta frequenza) e una Lf (bassa frequenza). Quest’ultimo impianto trasmette su una frequenza di 39,9-45,5 kHz, contribuendo anche alle comunicazioni supersegrete dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) di Stati Uniti e alleati NATO. Tale sito, a diretto e funzionale servizio della US Naval Station di Sigonella, venne realizzato nel territorio comunale di
Niscemi in prossimità di un’area boschiva, ora protetta, fin dalla costituzione della stessa stazione di Sigonella, avvenuta alla fine degli anni Cinquanta. L’“orecchio di Sigonella” (così viene chiamata la nuova ricetrasmittente, ndr) viene progettato nel 2006 a seguito della chiusura della stazione di Keflavin, in Islanda, e prevede la costruzione di un radar americano “Mobile user objective system” (MUOS), che per la potenza di emissioni elettromagnetiche farebbe saltare in aria qualsiasi persona di buon senso. Esso, secondo le indagini recenti degliambientalisti e delle associazioni dei cittadini, metterebbe a rischio la salute di migliaia di persone a causa del raggio potentissimo proveniente da antenne paraboliche direzionali che collegheranno altre
tre stazioni dello stesso tipo, installate in zone desertiche dell’Australia, Virginia (USA) e Hawaii. La quarta stazione che è, appunto, quella siciliana, a differenza delle altre verrà installata in una zona abitata. «Oggi il livello delle emissioni dovute alle antenne esistenti » dice il sindaco Di Martino, «è pari in media a 5-6 volt/m, cioè quasi al limite della soglia consentita. Mi chiedo perché nessuno, prima di questa amministrazione, ha mai chiesto di fare delle verifiche per le antenne già presenti. Noi chiederemo il risarcimento per le antenne che da più di vent’anni insistono su questo territorio e comunque lotteremo fin quando il progetto non sarà abbandonato».
Le risposte di La Russa
Non molto tempo fa l’attuale ministro della Difesa Ignazio La Russa, rispondendo a un’interrogazione parlamentare del Partito democratico, ha smentito tutte le ipotesi di rischio ambientale sollevate da vari gruppi di attivisti niscemesi che si battono per tale causa. «Avuto riguardo sull’eventuale pericolosità del progetto in discussione», rispose il ministro, «in applicazione delle procedure bilaterali vigenti in materia di progetti finanziati con fondi statunitensi in Italia, nel 2006, gli USA avevano presentato il progetto per l’approvazione della Difesa, corredato di una relazione illustrativa e di uno specifico studio di impatto ambientale elettromagnetico, sul quale si erano espressi favorevolmente tutti i competenti organi dell’amministrazione della Difesa e dal quale, testualmente, si evince che il rischio dell’esposizione del personale […] è minimo e improbabile». In parole povere, al di là di tutte le indagini del caso, dire di no all’attuazione del progetto significherebbe perdere un’ingente quantità di fondi messi a disposizione dagli americani. Anche il sindaco, poi, è finito sotto accusa: secondo molti, infatti, si ostinerebbe a non prendere una posizione decisiva, forte, e definitiva, in nome della cittadinanza. Posizione, anzi, non-posizione, che consegnerebbe Niscemi nelle mani delle lobbies statunitensi che vogliono montare questo dispositivo, in una riserva naturale nella quale gli stessi abitanti non possono nemmeno tirare su un muretto di 30 centimetri. Gli americani, invece, potrebbero usare la riserva liberamente deturpando come e quanto vogliono il paesaggio circostante. Provando a ricostruire la vicenda, a sollevare ufficialmente la questione, già nel 2008, erano stati due parlamentari, Severino Galante, di Rifondazione Comunista, e Mauro Bulgarelli, dei Verdi che, rivolgendosi al governo a quel tempo guidato da Romano Prodi, fecero notare che sia il Presidente del Consiglio sia il ministro della Difesa Arturo Parisi «omisero d’informare il Parlamento sull’accordo sottoscritto con Washington per ospitare in Italia il nuovo sistema per le guerre stellari, mentre l’Australia, altro paese straniero sede di una delle quattro stazioni terrestri previste, aveva reso subito pubblico i contenuti del programma militare». È noto, però, che il 19 febbraio 2009, in occasione della visita all’impianto di contrada Ulmo del direttore del Muos della Marina Usa, Wayne Curls, vennero avviate le prime opere di perimetrazione e movimentazione terra per predisporre le piattaforme per le antenne e le torri radio del sistema di comunicazione satellitare. Nel contempo il Comando di Sigonella affidò a un consorzio d’imprese costituito ad hoc (“Team Niscemi MUOS”) i lavori di realizzazione del nuovo impianto militare. La preoccupazione, visto il totale riserbo di tutti nella conduzione dell’operazione, è stata da subito la questione ambientale, pare infatti che sia dimostrato che le microonde emesse dai radar sarebbero altamente dannose e metterebbero a rischio di gravi malformazioni e tumori l’intera cittadinanza.
I rischi di cancro alla tiroide
Naturalmente la certezza si avrà solo con il corso degli anni, dieci vent’anni, e la nuova generazione di niscemesi potrebbe non essere più la stessa. Ma è solo un sussurro, detto a bassa voce, perché la scienza non dà la certezza che i malati di tumore saranno figli di queste radiazioni. La scienza, in questi casi, ci dice che ci ammaliamo ma non spiega esattamente perché. Di certo, secondo gli studi dominanti, sappiamo che in Italia, specie nelle zone a rischio, il cancro della tiroide da “esposizione a radiazioni”, contratto sotto i 45 anni, è il secondo tumore più comune tra le donne e il quinto tra gli uomini, lo seguono la leucemia e il carcinoma papillare. A nostra conoscenza è uno studio effettuato dagli stessi americani intitolato “Gli effetti associati all’esposizione umana nella Waianae Coast ai campi di radiofrequenza” dell’installazione militare Lf (bassa frequenza) di Wahiana, realizzata nel 1999 dagli oncologi statunitensi Maskarinec, Cooper e Swygert per conto del Dipartimento alla Salute dello Stato delle Hawaii. La base militare di Wahiana è di proprietà della Marina USA e può essere considerata la gemella della stazione di Niscemi. Ebbene, lo studio effettuato sulla popolazione infantile della Waianae Coast ha evidenziato ben dodici casi di leucemia nel periodo 1979-1990 e i rischi di esposizione sono stati definiti altissimi per i bambini residenti in un raggio di 2,8 miglia intorno ai trasmettitori. Ad onor del vero, qualche anno fa Giuseppe Sorbello, assessore regionale al Territorio e Ambiente nel governo Cuffaro, sollecitò il Consiglio siciliano per la protezione del patrimonio naturale (CRPPN) a fornire «chiarimenti e un supplemento di istruttoria in relazione al progetto MUOS, per l’installazione di un sistema di comunicazione da allocare nella riserva naturale di Niscemi, data la possibilità diproblematiche legate all’elettromagnetismo». Dal canto suo il Comune di Niscemi, se in un primo momento aveva “maldestramente” dato parere favorevole nella «valutazione di incidente ambientale» di cui è competente, successivamente, su input del sindaco Di Martino, ha revocato il precedente parere. Il nulla osta era arrivato anche dalla Sovrintendenza ai Beni culturali di Caltanissetta, dall’ente gestore della Riserva, dall’Ente Foreste demaniali e dal Dipartimento regionale Territorio e Ambiente. «Nel caso di interesse nazionale, però,» fa notare il primo cittadino di Niscemi, «la normativa prevede che la nostra valutazione [quella comunale, ndr] potrebbe essere superata» e dunque, nonostante lo studio commissionato all’Università di Palermo nel 2009 che dimostra la pericolosità della stazione, tutto potrebbe procedere ugualmente senza intoppi. Purtroppo, infatti, la possibilità di costruire e di intervenire in materia di difesa spetta al governo italiano per gli accordi bilaterali». I consiglieri comunali del Partito democratico di Niscemi hanno denunciato che l’Assessorato Territorio ed Ambiente della Regione siciliana era a conoscenza del progetto d’installazione del MUOS nella base dell’US Navy di Niscemi sin dal 24 gennaio 2007. «Non è stata adottata alcuna misura preventiva di monitoraggio nella zona interessata da emissioni elettromagnetiche per le antenne già esistenti nella base della marina militare statunitense». Il “Comitato per la verità e la giustizia sociale-Uniti per Niscemi”, di cui uno dei promotori è Giovanni Panebianco, ha chiesto di conoscere i «nomi e cognomi di coloro che hanno rilasciato l’autorizzazione all’inizio dei lavori del sistema MUOS, che avrà antenne paraboliche direzionali di dimensioni imponenti e potenze di milioni di watt». Tutti convergono sulla richiesta di bloccare i lavori e di verificare se una valutazione dei rischi elettromagnetici emessi dalle nuove stazioni a microonde sia mai stata fatta dall’US Navy per Sigonella, scalo aeroportuale interessato quotidianamente dal movimento di quantità rilevantissime di armi e carburante. La Riserva naturale “La Sughereta”, dove le forze militari americane stanno predisponendo la costruzione della ricetrasmittente, fu istituita nel luglio 1997 e rappresenta, assieme al Bosco di Santo Pietro (Caltagirone), il residuo di quella che un tempo era la più grande sughereta della Sicilia centro-meridionale. La riserva si estende per quasi 3.000 ettari e ospita una fauna diversificata che annovera gatti selvatici, volpi, ghiri e picchi rossi. Se è vero che il governo Prodi ha concluso la sua legislatura senza dare risposte adeguate alle sollecitazioni degli ambientalisti e dei deputati autori delle interrogazioni, molto più grave risulta l’atteggiamento del governo Lombardo e della sua fedelissima Rossana Interlandi, niscemese e per anni al Territorio e Ambiente, che ha assecondato l’iter di realizzazione dell’opera ignorando che «le esposizioni a lungo termine di campi elettromagnetici ad altissima frequenza – dicono gli ambientalisti –, anche se non eccessive ma prolungate nel tempo, possono procurare l’insorgenza di leucemie e tumori degli organi riproduttivi», e che se tale radar non è stato pensato per Sigonella è «perché avrebbe il potere di avviare la detonazione degli ordigni presenti nella grande stazione aeronavale », come accertato nel 2006 da uno studio delle società statunitensi Agi – Analytical Graphics, Inc. e Maxim Systems. Se, dunque, la questione resta tutta aperta e appare sempre più avvolta dal mistero, certo è che la stazione di Niscemi resta, anche in assenza del “nuovo” radar, un sito sconosciuto alla maggioranza dei siciliani e mai studiato approfonditamente per qualità e quantità di scorie prodotte e per genere di attività svolte. Ci chiediamo, infatti: ma cosa fanno gli americani a casa nostra e a nostra insaputa?

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