Lo intervistai, qualche anno fa, per I Quaderni de L’Ora. Mi disse molte delle cose che oggi suo figlio Raffaele ricorda su La Sicilia. E non si era consumata ancora la tragedia dell’incendio della sua ultima opera, il Teatro di Viale Africa, andato in fumo a causa dell’inettitudine della nostra attuale classe dirigente.

Lunedì 1 febbraio si spegneva Giacomo Leone, molto più che un architetto. Un intellettuale appassionato e per questo a volte scomodo, inquieto. A un mese dalla scomparsa uno dei figli, l’amico e collega Raffaele, vicedirettore di Panorama, che a “La Sicilia”cominciò a lavorare, con questa “lettera aperta” denuncia e si interroga su quello che definisce «l’isolamento del padre».

Ci sono tanti modi di morire e ognuno di noi trova forse quello che più gli somiglia. L’ho visto con mio padre, Giacomo Leone, un mese fa poco prima che se ne andasse. Non ho assistito a molti trapassi, ricordo quello di mio nonno Raffaele che con una mano afferrava il tubo dell’ossigeno e con l’altra chiedeva di allontanare me ventunenne per “proteggenni” da quella scena cosi forte, ricordo quello di uno zio che dal suo coma sussurrò una notte versi improvvisati: «Mi aggrappo a te/ comunque sia/ e correremo nel mondo/ sparsi/ di notte». Leggo di Elisabetta d’Inghilterra che chiese di scambiare i suoi domini per un altro istante di tempo, di Goethe che volle tirate via le tende: «Più luce! », gridò. Di Umberto Eco («Mi chiudo come un riccio») e del maratoneta giapponese Kokichi Tsuburaya che prima di uccidersi a 28 anni Iascio un biglietto ai familiari: «Grazie per le patate di montagna. Erano buonissime».
Mio padre, Giacomo Leone, l’architetto Giacomo Leone, se ne e andato ripetendo le cose che aveva ripetuto per tutta la vita. Le avevo sentite tante volte, ma risentirle negli istanti finali mi ha sorpreso comunque. L’ultima notte, quando ormai era semincosciente mi avvicinavo per capire quelle parole smozzicate: «Librino…. più spazi…. verde…. servizi…». Stava morendo, ma gli ultimi pensieri erano per le sue battaglie e per le occasioni perdute di Catania. II pomeriggio precedente, mancandogli il fiato per un devastante tumore ai polmoni che aveva aggirato ogni controllo, chiese a noi figli che gli eravamo accanto un foglio e una penna. Scriveva ad occhi chiusi, le parole erano confuse ma leggibili. «Corso sicilia, I’urbanISTICA di Bianco», «I Benedettini fallimento, isolati dal resto della città», «La raffineria di viale Africa lasciata bruciare».
Papà è morto pensando alla città, scrivendo della città, immaginando la città. Come aveva sempre fatto. Sembrava perfino invocare la città, mi verrebbe da dire. E la città, in chi la rappresenta, non ha risposto.
Un figlio che parla in pubblico di un padre è di per sé poco convincente. Agiografia e retorica premono alle sue spalle. Se poi il padre si chiama Giacomo Leone, nelle parole del figlio c’è il rischio che si leggano accuse, rabbia, polemica, tutti elementi che caratterizzavano quel padre. Non è quel che voglio. Come non voglio dipingere un genitore genio incompreso vittima di chissà quali congiure o un intellettuale che avesse sempre ragione, non voglio nascondere i suoi difetti sotto i suoi pregi in verità non intendo parlare tanto di mio padre a una mese dalla sua morte ma appunto dell’assenza di chi rappresenta la città a cui mio padre ha dedicato la vita. E non lo faccio per lui che oltretutto recentemente teorizzava che le idee sono più importanti dell’autore (la chiamava “Anonimatologia”). Saprebbe di vanità e sono sicuro che non me lo perdonerebbe. Lo faccio pensando a Catania, magari malamente, da catanese emigrato a Milano 25 anni fa.
A parte pochi ricordi personali, non ho visto né sentito, alla morte di mio padre, alcuna riflessione né reazione pubblica. Solo silenzio, che è il modo più rumoroso di snobbare. Non una sola parola da chi governa la cosa pubblica, i mestieri, gli studi, le arti. Penso sopratutto al Comune che è casa di tutti e dove mio padre ha “abitato” anche da consigliere comunale. Sindaco Bianco, Lei non ignora le battaglie veementi di mio padre, non ignora quanto fosse un pungolo per il dibattito culturale e urbanistico di Catania, come né io né Lei ignoriamo quanto papà criticasse la Sua e le ultime amministrazioni. Ma davvero la sua scomparsa non meritava cenno? Non la meritava perché era accusatore spietato, e magari eccessivo, di quello che considerava un modo penoso di progettare Catania? Non sto parlando di commemorazioni formali e di circostanza, sto parlando di sostanza. Al di là delle asperità caratteriali, aveva ragione questo architetto che imrnaginava una Catania diversa? Sbagliava? Era superato? Dove servivano i suoi stimoli e dove invece erano inutili? Quali idee si potevano contrapporre alle sue? Quali critiche (e ce n’erano, ci mancherebbe) si potevano muovere al suo disegno della città?
Se papà ha vissuto ed è morto pensando a Catania, meritava almeno l’onore delle armi. Se ha lasciato segni architettonici significativi qui e là, se ha condotto decine di battaglie politiche e professionali, se molte le ha vinte e molte le ha perse, meritava che alla sua morte se ne discutesse. Non lo meritava soltanto lui, credo lo meritassero tutti quelli che si interrogano sul presente e sul futuro di Catania. Quanto sarebbe stato bello perfino un tributo così: «Caro architetto Leone, grazie per il suo impegno ma le dico perché aveva torto». Idee contro idee. Proposte contro proposte. Visioni contro visioni.
lo non so con certezza se, come diceva mio padre, corso Sicilia e Corso Martiri della Libertà dovessero essere lasciati spazio verde da usare in caso di terremoti invece di consegnarli prima all’Istica e poi ad altri; non so se viale Africa avrebbe dovuto congiungersi a quel verde da un lato e al lungomare dall’altro per lasciare la possibilità ai cittadini di riprendersi gli scogli e l’acqua, togliendo anche i binari ferroviari; non so se la cementifcazione della Plaia è soltanto speculazione edilizia; non so se Librino poteva diventare centro decentrato invece che pertferia lontana; non so se e come il Monastero dei Benedettini (mettere lì l’Università fu battaglia che anticipò e che altri si intestarono dopo) si sarebbe potuto aprire alla città invece di ritornare convento. Né dico che si sarebbe dovuta dare ragione postuma all’architetto Leone per chissà quale presunzione. Mi sarei aspettato che con la scomparsa di un uomo che ha battagliato tutta la vita per queste idee, si lasciassero libere altre idee, magari diverse, ma all’altezza del dibattito che lui accendeva da cinquant’anni.All’altezza delle polemiche che lanciava.
In verità io credo che mio padre fosse negli ultimi anni un sopravvissuto. E fosse tollerato come un sopravvissuto. Un rompiscatole ormai fuori dai giochi, che continuava a fare il rompiscatole. Per questo non si è spesa una parola dopo la sua morte, perché per molti era già morto e sepolto. Lo avvertiva, papà, se ne faceva un cruccio. «Non interessa più a nessuno quel che dico, non sanno che farsene». Ma non si arrendeva, bussava alle porte dietro le quali pensava che dovessero ascoltarlo, scriveva lettere e invettive. Aveva ripetuto e avvisato che l’ultima Ciminiera per cui erano stati spesi soldi pubblici e lasciata in abbandono sarebbe finita male. E quando ci siamo trovati insieme l’estate scorsa nel fumo di viale Africa a guardare quella sua ultima incompiuta andare in cenere, mi disse: «E’ simbolico tutto questo, per me è come una parabola».
Poi un pomeriggio eravamo a un dibattito sul libro “Catania bene” del giudice Sebastiano Ardita e si è avvicinato un dirigente di polizia che non vedevo da anni e che lui non conosceva. «Architetto vorrei ringraziarlo per tutte le battaglie che ha fatto per questa città». Subito dopo, papà mi ha guardato: «Vedi? Anche solo per questo ne valeva la pena».
E quando muore uno così che succede? Niente. La sensazione, nel silenzio istituzionale, non è tanto che le sue idee siano morte con lui, ma che non ci siano idee, neanche da contrapporre alle sue.
In questi ultimi anni se ne sono andati pezzi importanti di questa città, da Pietro Barcellona a Giuseppe Gianizzo a Manlio Sgalambro. Rappresentavano ognuno a modo loro la memoria, l’impegno, la partecipazione. Mio padre aveva polemizzato vivacemente anche con loro (con chi non aveva polemizzato?) ma riconosceva in quelle figure della sua generazione una levatura intellettuale di cui si poteva fare tesoro. Lui stesso era sicuramente una di quelle figure, forse il più insopportabile, forse il più estremista, ma genuinamente ostinato nella sua volontà di interessarsi a Catania. Il suo archivio disordinato contiene montagne di documenti e di disegni (anche del nonno capostipite), di plastici, di corrispondenze, di denunce, di atti delle sue battaglie politiche da consigliere comunale del Pci (con cui ruppe violentemente, tanto per cambiare). Contiene un
pezzo di storia di Catania che avrebbe voluto lasciare a Catania perché lo si potesse consultare. «Se solo a qualcuno interessasse… », aggiungeva. Questa città era la sua fissazione: «Ha caratteristiche geografiche, morfologiche e sociali uniche. L’hanno buttata via, c’è troppa incultura». Era eccessivamente polemico e pessimista mio padre? Perché la sua morte non poteva essere spunto per avviare un confronto di idee, per ragionare sulla città? E’ vero, al suo ego combattivo e strabordante non si doveva dar sempre ragione. Almeno potevate dargli torto. Potevate entrate nel merito, illustrare la vostra Catania contro la sua Catania.
Ma forse sbaglio io. Se davvero si muore come si è vissuti, è più coerente che quelle ultime parole di mio padre rimangano senza risposta.

P. S.
Ai funerali nella chiesa di Sant’Euplio da lui progettata ancora studente di architettura, è stato ricordato il crocifisso deforme in ferro che papà aveva pensato per l’altare e che fece realizzare da Nino Brancato. Questo giornale ha raccontato l’episodio. Fece scandalo quel crocifisso più di cinquant’anni fa, fu considerato sacrilego quel Cristo così sofferto e contorto. Lui lo difese con ostinazione. Fu tolto dalla Curia e sta ancora nascosto nel retro della chiesa tra scale e attrezzi di lavoro. L’Arcivescovo ha letto l’articolo sui funerali di papà? Conosce la storia del crocifisso? Lo ha mai visto? Lo ritiene davvero blasfemo? Monsignor Gristina, non regali anche Lei soltanto silenzio, dica se quel Cristo potrà mai tomare nel posto per cui è stato pensato.image

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