Di Elena Giordano

Mi sono astenuta, fino a oggi, dal dire quello che penso sul caso Vespa – Riina jr limitandomi a riportare considerazioni di altri, istituzioni, familiari delle vittime, colleghi. Oggi, dopo aver ascoltato l’intervista, aggiungo che forse ho fatto bene a non esprimere subito un giudizio personale, non volevo farlo spinta dall’emotività, avrei sbagliato. A freddo dico che, fin dall’inizio, l’invito di Riina jr in TV, anche lui pregiudicato e figlio del capo dei corleonesi nella stagione dello stragismo di mafia, non mi sembrava solo un problema di presenza ma, soprattutto, di contenuti. La scelta di Vespa, per non essere valutata inopportuna, avrebbe dovuto assolvere a una regola basilare del fare giornalismo: dare notizie. E approfondire un tema che ancora oggi non ha ricevuto sufficienti risposte. Informarci, invece, che questo signore ha scritto un libro, su cosa faceva papà Riina con i figli, quando mangiava e cosa guardava in televisione, com’era amorevole con la famiglia per me, che ancora a questo mestiere ci credo, non è una notizia. un Riina che si rifiuta di rispondere sull’unica cosa che interessa agli italiani, e cioè sulla storia di suo padre al vertice della cupola siciliana e dei suoi eventuali rapporti con pezzi dello stato per me sarebbe bastato per chiudergli la porta in faccia. È stata solo una squallida operazione commerciale e i vertici Rai avrebbero potuto impedirlo.

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