di Elena Giordano – maggio 2016

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Per arrivare al campo San Teodoro si attraversano stradoni dall’odore acre misto di asfalto e erbacce. E bisogna necessariamente addentrarsi fino al centro, nel cuore di Librino, periferia di Catania, per capire che ogni città ha il suo Scampia. Con le sue desolazioni infinite, ma anche con i suoi guizzi di genio. Lo diciamo non perché “Gomorra” oggi sia di moda, ma perché altra descrizione non c’è alle ferite delle banlieues che a Catania come a Palermo, a Napoli come a Milano, sembrano inesorabilmente destinate a rimanere aperte, infette, doloranti. E anche qui un guizzo c’è ed è la sua squadra di rugby, I Briganti, isola felice di voglia di riscatto, di stare insieme, di costruire un sogno.
L’antropologa statunitense Margaret Mead ha detto che i migliori risultati arrivano sempre da squadre dotate di poche risorse, nelle quali ogni pedina si dedica con grande passione ad una certa causa, impegnandosi e lavorando al massimo per raggiungere un traguardo comune. Qui, dove giocano un ruolo fondamentale l’aiuto reciproco e la disponibilità nei confronti del prossimo, non vi è spazio per la gloria individuale. È questo che caratterizza lo Scampia catanese: i ragazzi di Librino, i rugbisti per caso che hanno dato vita, inaspettatamente e ostinatamente a un’avventura che ha funzionato. Una favola da raccontare perché si sappia, che lì, nella via Gluck siciliana, batte un cuore grande, appassionato, messo in moto dieci anni fa da un ragazzo “bene” e sognatore: Umberto Bonaccorsi, detto Umbi.

-Diceva Nelson Mandela “un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”. I Briganti hanno sognato e hanno vinto?
Amo molto questa frase di Mandela, potrebbe essere “calzante”, ma vorrei sottolineare che non ci sentiamo dei vincitori, la strada per il traguardo che ci siamo prefissati per il nostro “sogno” è ancora molto lunga. Ma è vero, non ci arrendiamo di fronte alla difficoltà dei nostri compiti quotidiani e, cosi’ facendo, giorno dopo giorno questo sogno, di una Librino che veda nel nostro progetto un punto di riferimento e una reale alternativa alla “strada” e alla criminalità, inizia a prendere forma.
-Ha letto del Leicester? Sembra che favole si avverino
Confesso la mia totale ignoranza del mondo calcistico, ma non mi fraintenda, non intendo fare solita pantomima sul dualismo calcio/rugby, semplicemente non seguo quasi nessuno sport da “spettatore”, perche’ non mi ritrovo nel ruolo. So che ha vinto il campionato inglese con un organico “ordinario” ma c’è anche da dire che qualcuno ci ha creduto e ci ha investito. Il paragone dunque è arduo, ma se dalla favola del Leicester vogliamo trarre la morale “niente è impossibile”, allora si, anche  i Briganti di Librino credono fermamente in questa affermazione

– Com’è nato il sogno?
Tra storia e leggenda: si dice che un giorno gli educatori del centro Iqbal Masih, dal quale i Briganti nascono e che svolge da vent’anni attività di doposcuola, laboratori artistici, musicali grazie ai volontari che operano a titolo gratuito, mentre acquistavano album e colori in un centro commerciale si imbatterono in un cestone contenente dei palloni in promozione e decisero di acquistare quelli da rugby, sport che conoscevano, ma non praticavano, del quale apprezzavano il valore educativo e  formativo. E da lì, totalmente per caso, nacquero i Briganti

-Librino per lei è un quartiere adottivo, come arriva qui?
Nato a Catania, da padre catanese e madre taorminese. Laurea, inutilizzata, in Scienze politiche e una vita vissuta nella mia città, con una parentesi di 4 anni a Roma. Curriculum sportivo “ordinario”, tanti sport praticati, ma dando la precedenza a studio e lavoro, tutti rigorosamente non “indicati” per le mie caratteristiche fisiche: basket e rugby in primis, che per uno che non è nè alto nè particolarmente robusto probabilmente non sono gli sport da scegliere, ma io amo le cose difficili. Ho iniziato a giocare a rugby a ventisei anni con il San Gregorio, squadra alla quale sono rimasto fedele per tutti i 16 anni della mia carriera di giocatore, che ha avuto come massimo traguardo la disputa di due campionati di serie B. Quando ho smesso di giocare, per raggiunti limiti d’età, ho sposato il progetto dei Briganti, come allenatore della squadra senior, ruolo che ho ricoperto sino allo scorso campionato. Nell’ultima stagione ho affiancato il nuovo coach, Angelo Scrofani, allenando solo il pacchetto di mischia, attivita’ che ho svolto anche con le squadre giovanili, soprattutto con under 16 e under 18.
– Ma l’avventura dei Briganti l’ha inventata lei?

Non da solo, ho creato un gruppo. Ci abbiamo creduto, soprattutto per il grande potenziale del capitale umano. Qui c’è una grande energia, tutti i ragazzi sono un portento

– Librino non è un quartiere, ma una vera città nella città, come la descrive un ragazzo che viene da altri luoghi,
lei ha una visione diversa da un nativo di queste strade?
No, mi creda, penso che la vediamo tutti allo stesso modo, come una città non a misura d’uomo, perche mancano gli spazi di socializzazione, i servizi. E quelli che c’erano, come il San Teodoro o il Teatro sono stati vandalizzati e resi inutilizzabili per decenni. Nessuno se ne occupa, perché forse qualcuno non vorrebbe che le cose cambino. Quello che cambia tra uno come me è un ragazzo che qui ci è nato e ci vive è forse l’accettazione di questo stato di cose: chi ci è nato considera normali certe cose, ma basta che qualcuno gli apra gli occhi per illuminargli la mente. Ci vuole poco per scoprire in questi ragazzi una umanità’ che ti riempie il cuore

-Ci parli della squadra, i Briganti sono in serie C cosa manca per farli crescere ancora?

La squadra è piena di entusiasmo e arriverà al suo traguardo quando i ragazzi, i genitori, il quartiere e le istituzioni le riconosceranno il suo ruolo all’interno di Librino. Questo è quello che desideriamo tutti. Se poi parliamo di risultati agonistici e sportivi posso dire che il settore giovanile va molto bene, mentre la prima squadra vive fasi alterne, che comunque non ci preoccupano. Una squadra ha anche bisogno di risorse economiche per poter partecipare a un campionato importante. Noi facciamo il possibile, i dirigenti tutti ci autotassiamo per farli giocare. Adesso Il nostro obiettivo è quello di avere un settore giovanile il più ampio possibile e da qualche anno abbiamo iniziato una attività’ all’interno delle scuole di questo quartiere e di quelli limitrofi. Questo ha avvicinato ai Briganti non solo tanti ragazzini (e ragazzine, che vanno a rinfoltire l’organico delle Brigantesse, la nostra squadra femminile che da quest’anno si è iscritta alla Coppa Italia), ma anche tanti genitori, cosa assolutamente positiva e non facile.

-Le Istituzioni hanno risposto all’appello? Come si comportano?

Il rapporto con le Istituzioni è, come dire, complicato, ma credo che non sia una prerogativa dei Briganti. Ci sono poche risorse e mille pastoie burocratiche, un mix esplosivo che rallenta a Catania la crescita dello sport, ma anche di tanti altri settori. E non solo a Librino

-Anche il grande mecenate d’arte Antonio Presti aveva puntato su Librino, che cosa non ha funzionato?

Non entro nel merito di questioni che non conosco. Quello che mi sento di dire è che uno “stadio della bellezza” sarebbe stato molto più utile di una “Porta della bellezza”, pur essendo quest’ultima un’opera di innegabile valore artistico. Ma il mio parere è quello di un semplice uomo della strada

-Immaginiamo che per qualcuno come lei, che vorrebbe solo occuparsi di sport, sia estenuante lottare tutti i giorni con i problemi della sopravvivenza quotidiana. Resterà con i Briganti o farà altro?
Ho sempre detto che se da giocatore ho indossato una sola maglia, quella del San Gregorio, lo stesso farò da allenatore: quando smetterò di far parte dello staff tecnico dei Briganti smetterò di allenare. Non posso immaginare in alcun modo di disputare una partita contro i Briganti. È una questione di “cuore”. Non li abbandonerò mai.

-Il vostro successo più grande.

Il successo più  grande sarà la prossima partita che disputeremo, di qualunque categoria possa essere: se ci fermiamo a darci le pacche sulle spalle per quello che abbiamo fatto perdiamo d’occhio l’enorme quantità di cose ancora da fare

-La più grande delusione
I furti continui presso il campo, tutti avvertimenti per farci capire che non tutti apprezzano il nostro lavoro a Librino e anche quella di qualche ragazzo che ha deciso di scegliere comunque la strada, nonostante il rugby gli stesse fornendo delle serie opportunità per costruirsi una vita diversa. Ma io spero sempre che tornino.

 

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