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di Elena Giordano – giugno 2016

Mentre scriviamo in Sicilia si torna a sparare. Sulle montagne, nel messinese, un commando ha assaltato la macchina di Giuseppe Antoci, commissario del Parco dei Nebrodi e lui, il senatore Beppe Lumia, della Commissione nazionale Antimafia corre a Cesarò. Da una settimana, tutti i giorni. “Basta tentennamenti, voglio i corpi speciali”. Perché sembra che il tempo sia tornato indietro. Improvvisamene, come un nastro che si riavvolge. Indietro di ventiquattro anni.

-Senatore Lumia la mafia in Sicilia torna a sparare. Cosa sta succedendo?

La vicenda di qualche giorno fa accaduta a Giuseppe Antoci è di una gravità assoluta. Sul piano tecnico militare è stato un attentato di altissimo livello, bisogna studiare con attenzione prima di capire che per la prima volta si è colpito aggirando l’auto blindata senza l’uso delle bombe. Il commando mafioso era composto da più persone che con l’utilizzo delle molotov poteva causare una strage dimostrativa devastante. Per capire meglio, a Cesarò come a Troina, a Tortorici come a Bronte, la presenza della mafia non si deve descrivere come rozza e pastorizia, antica e superata, ma come una mafia che utilizza i colletti bianchi, i satelliti per manipolare la cartografia dei terreni, professionisti per presentare domande in grado di non essere scoperti nei loro trucchi, avvocati e notai compiacenti. I Pruiti e i Catania Treccarichi ( padre e figlio) a Cesarò, i Belligambi a Tortorici con i più famosi Galati Giordano e i sempre attivi Bontempo Scavo e Batanesi, per fare solo degli esempi, sono al livello di una Cosa Nostra che non è la cosiddetta terza mafia messinese ma è alla pari di quella barcellonese e di Mistretta

-Che cosa ci dice quest’analisi?

Prima lezione: il lato militare di  Cosa Nostra non è andato in soffitta e insieme agli aspetti economico/finanziario, politico/istituzionale e culturale/sociale fa parte di uno stesso sistema. È chiaro che cosa nostra preferisce mettere avanti quello più accomodante e redditizio degli affari, ma quando è necessario e inevitabile il ricorso alle armi non lo esclude. Seconda lezione: la mafia della provincia, quella delle montagne e dell’interno ritornerà sempre di più protagonista perché non ha perso il radicamento ed è in condizioni di produrre violenza e interessi come nella migliore tradizione. Antoci ha messo in discussione affari da capogiro, ed è questo il motivo per cui da queste due lezioni bisogna trarne le giuste conseguenze.

-A cosa si riferisce ?

Basta con il tentennare nell’azione contro la mafia dei Nebrodi. Mi aspetto che arrivino i reparti speciali come i Cacciatori dei Carabinieri ( come in Calabria, ndr) e bisogna inoltre colpire con squadre specializzate i loro patrimoni e privarli delle ricchezze accumulate che sono alla pari del traffico di droga. Aggiungo che bisogna continuare con uno sviluppo sano come quello già in corso grazie a Rosario Crocetta e a Giuseppe Antoci.

-Il Presidente Crocetta ha detto che quella quella dei terreni è solo una prima sfida a questo tipo di mafia. Ne esiste un altro?

Si c’è quella del ciclo delle carni, dagli allevamenti alla macellazione, in questo settore gli allevatori onesti sono schiaccianti da due terribile presse, da una parte quella dei veterinari pubblici corrotti e mafiosi che, a differenza di quelli onesti che rischiano la vita, li vessano, gli impongono medicinali costosissimi e devastanti per la salute degli animali e della qualità delle loro carni, stabiliscono loro se un capo ha la brucellosi o la tbc, se va abbattuto oppure no, a quale macello servirsi anche se clandestino. Tolgono il respiro e la libertà, i soldi e il lavoro, come fanno del resto anche i mafiosi. Il risultato è che questo comparto è inquinato e in alcune zone la qualità della carne rischia di essere compromessa. Ecco perché la scelta del presidente Crocetta e dell’assessore alla sanità Baldo Gucciardi apre un altro fronte su cui sto lavorando da mesi con denunce circostanziate.

-lei crede che il movimento antimafia sia all’altezza di questa sfida, visti i gravi problemi interni a cui assiste in questo periodo? Qual è la sua idea alla luce degli scandali che hanno visto coinvolti diversi protagonisti di questo mondo?

Il movimento antimafia va rilanciato e cambiato, dobbiamo senz’altro ammettere con onestà intellettuale e con il dovuto coraggio che si è conclusa una fase della lotta alla mafia. Sì, è così. Troppi protagonismi, errori, incoerenze, scandali. Naturalmente mi batterò con tutte le mie forze contro il tentativo di liquidare l’antimafia, di generalizzare e non riconoscere percorsi positivi che si battono giorno per giorno. Comunque c’è bisogno di ripartire bene e con umiltà da almeno quattro elementi guida: più progettualità e meno slogan; più coerenza e meno gattopardismi; più autenticità e meno protagonismi, più attenzione ai diritti sociali e allo sviluppo e meno settarismi e logiche minoritarie.

-E quindi?

E quindi bisogna mettere da parte anche il conflitto “a somma zero” che si è scatenato all’interno delle varie anime e soggetti dell’antimafia e recuperare un’idea pluralista di pensare e di agire al servizio della sfida delle sfide, alla quale non bisogna mai rinunciare: colpire al cuore e alla testa le mafie, per eliminarle alla radice nella loro capacità sistemica ed integrata. La nuova antimafia sarà formata da tanti percorsi diversi che dovranno imparare a fare sistema e integrazione tra i vari cammini: da quello repressivo e giudiziario a quello sociale e culturale; da quello della lotta economica a quello della lotta politica. Nessuno è soggetto “messianico”, la sfida si vince integrando e riconoscendo tutti i percorsi e nell’integrazione dei vari soggetti e approcci ci sarà la forza e l’energia per rilanciare l’antimafia  e renderla competitiva e vincente.

-Sta lavorando anche alla riforma del testo unico della legge antimafia, a che punto siete?

All’inizio di legislatura non si poteva prevedere che sarebbe stato possibile riformare il testo Unico Antimafia. Scettici e pessimisti sono stati smentiti. La riforma è partita. Già la Camera dei Deputati l’ha approvata, adesso spetta al Senato. Anche su questa riforma sono impegnato con la testa e con il cuore e farò di tutto per produrre un testo di legge al meglio delle sue possibilità. Alle spalle di questo lavoro vi è l’esperienza delle più impegnate Procure Antimafia, a cominciare da quelle siciliane, insieme al supporto della Procura Nazionale Antimafia. C’è anche il prezioso lavoro svolto dalla Commissione Parlamentare Antimafia e dalle Associazioni che hanno promosso un’importante legge d’iniziativa popolare.

-A proposito di politica in Sicilia, ultimamente ci si agita con conflitti e contrapposizioni che già anticipano candidature e che coinvolgono anche il Pd con divisioni e lotte intestine. La vediamo un po’ distaccato e più impegnato a livello nazionale, che succede?

In politica, come in tutte le cose, il conflitto a “somma zero” è di per se sterile. Agitarsi, mettere il dito nell’occhio dell’altro non serve a nulla, se non a creare sfiducia e allontanarci dai cittadini e dalle sfide che la Sicilia deve affrontare. Dirigere il balletto del trasformismo non è segno di leadership e di crescita. E’ vero, sono più distaccato, perché non voglio partecipare alla corsa “dell’io” contrapposto “agli altri io”. Solo in apparenza l’io è forte, ma in sostanza tutta l’esperienza di questi anni ci dice che è debole, contraddittorio e incapace di guidare una moderna progettualità con una vera partecipazione democratica, di cui ha tanto bisogno la nostra terra, ma anche l’intero Paese. E’ necessario richiamare il “noi” dall’esilio in cui è stato cacciato in questi anni disastrosi di Seconda Repubblica. Bisogna investire in un “noi” moderno e non d’apparato; progettuale e non emergenziale; partecipato e non elitario; radicato nel territorio, ma non localistico; con solidi riferimenti ideali e non ideologico o peggio cinico ed indifferente ai valori

-Ci appare chiaro che lei non vuole entrare nel merito dei conflitti tutti siciliani, ma non possiamo negarli, ci sono eccome

I conflitti personali, le gelosie e le divisioni producono solo miserie. Certo, ci sono e sempre ci saranno, ma dedicarsi a una dimensione progettuale più ampia fa solo bene, se vogliamo che le nuove generazioni non sbandino tra antipolitica o adeguamento al ribasso alle sue più perverse logiche. In Sicilia io ci sono sempre e sempre ci sarò.  Partecipo costantemente a tante iniziative sul territorio, nonostante i miei impegni nazionali. A un progetto di cambiamento comune do sempre la mia disponibilità, con tutto me stesso, con umiltà, compreso il mio non facile carattere. Al resto non sono interessato.

-E dunque del gioco delle auto-candidature alla Regione non esprime giudizi?

Il governo Crocetta c’è e governa. Sta affrontando sfide da far tremare i polsi e anticipare giudizi e soluzioni fa solo male al Pd, alla maggioranza, ma anche alla stessa opposizione.

-Parliamo della questione morale, alla luce dei fatti di cronaca sembra quasi che nel suo partito sia diventata un’emergenza.

La questione morale è un tema aperto di cui nessuno può sentirsi estraneo. Nel Pd c’è e non bisogna negarlo, ma è problema che riguarda tutti, compreso i CinqueStelle. Strumentalizzarlo è inutile e dannoso. Bisogna ripartire da un impegno serio e comune nella selezione adeguata della classe dirigente, ma anche da un intervento concreto e rigoroso sul piano normativo: inserire le norme anticorruzione nel doppi binario del sistema severo antimafia e antiterrorismo, disboscare  la burocrazia e dotare di strumenti e risorse la magistratura e le forze dell’ordine.

-Da cosa partire in Sicilia per impegnare seriamente la politica?

C’è un approccio che dobbiamo avere chiaro nei nostri cuori e nelle nostre menti. La Sicilia, terra di consumo grazie a Dio non c’è più. Siamo stati per troppi decenni drogati da quel velenoso assistenzialismo che ci ha resi ebeti, passivi, litigiosi, lamentosi, inconcludenti. La spesa pubblica ha alimentato non lo sviluppo, ma una maledetta intermediazione a cui la politica ha dato il peggio di se. Mi riferisco all’intermediazione burocratica e clientelare e spesso affaristico – mafiosa che si è stagliata sulle opere pubbliche, su i grandi business dell’acqua, dei rifiuti, dell’alimentazione, dei servizi, pervadendo tutti i settori produttivi e sociali.  Il vero cambiamento deve mettersi alle spalle quest’approccio che ci ha reso dei veri tossicodipendenti di assistenzialismo, clientelismo e mafie varie. Dobbiamo paradossalmente approfittare della crisi e utilizzarla piuttosto come una potente risorsa di radicale cambiamento e fare così delle scelte che mai avremmo fatto in un contesto di non crisi e di spesa pubblica allegra. Sicilia terra di produzione è l’obiettivo che dobbiamo avere per mettere al centro le nostre stupende vocazioni e potenzialità: dal turismo all’agricoltura, dai beni culturali all’artigianato e alle medie e piccole imprese. Attenzione, una svolta è necessaria per evitare che tutto questo si traduca nell’ennesima litania e retorica.

-Ci farebbe degli esempi concreti?

Sto apprezzando molto quel lavoro di risanamento che il Governo Crocetta ha avviato a cominciare da quella scandalosa condizione che ha caratterizzato Riscossione Sicilia, con le denunce puntuali di Antonio Fiumefreddo, così pure è da apprezzare quel lavoro chirurgico che si sta svolgendo nella sanità che molti Direttori Generali stanno portando avanti a cominciare dall’operato esemplare di Antonio Candela. Come non scorgere coraggiosi e positivi cambiamenti che si stanno compiendo in molti territori, come nei Nebrodi con Giuseppe Antoci. Bisogna fare di più, certo alcune sfide vanno aggredite. Individuo una condizione per rilanciare realmente lo sviluppo e l’occupazione, mi riferisco all’utilizzo migliore delle cospicue risorse comunitarie e di quello che rimane delle pubbliche. Produrre e ancora produrre attraverso l’intervento che scelga la via più efficace, trasparente e veloce: il credito d’imposta. Basta con le carte, la burocrazia e il corredo di buste e bustarelle che girano intorno. Con il credito d’imposta è tutto automatico e visibile e difficilmente si può barare e corrompere. I risultati sarebbero immediati in termini di lavoro e di crescita. La scuola a tempo pieno deve essere un altro obiettivo che finalmente dobbiamo realizzare, in modo da offrire alle nuove generazioni le stesse opportunità che si hanno nel Centro- Nord d’Italia e in Europa. Infine il reddito di cittadinanza deve poter entrare nel circuito delle decisioni politiche per fare in modo che chi vive in una condizione disagiata non sia vittima del precariato o della disperazione, ma possa vivere questa fase con dignità e con un valido supporto pubblico che li prepari al lavoro, ovviamente, quello produttivo.

 

 

 

 

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