di Elena Giordano – maggio 2016

Faraone-Pd-624 4pagg

Onorevole, “Sottosopra” è il titolo del suo primo libro, si parla della Sicilia, perché un libro?

Sono Sottosegretario al Miur ormai da un anno e mezzo e questo incarico mi ha portato a stare più stabilmente a Roma e contemporaneamente in giro, su e giù per l’Italia. In uno dei miei viaggi su un Frecciarossa sono rimasto colpito dall’immagine trasmessa da un monitor pubblicitario installato sul treno. C’era tutta l’Italia puntinata di rosso, ogni bollino una stazione delle Frecce. Ovunque tranne che in Sicilia. Guardando quel monitor mi sono chiesto perché dobbiamo essere sempre l’eccezione alla regola. Perché la nostra autonomia deve essere specialismo. Perché il vento delle riforme del governo Renzi, un vento di cambiamento positivo, non arrivi in Sicilia. A tutte queste domande ho provato dare risposte e alternative. E così è nato “Sottosopra”.

– Tanti sono i temi trattati: rifiuti, acqua, strade, aeroporti, lavoro. Qual è la sua ricetta?

Ecco, vede, non c’è nessuna ricetta. Perché i mali che aleggiano sulla Sicilia ormai da tempo, tenendola in ostaggio, non possono essere curati con interventi tampone o ricette preconfezionate. Qui si tratta di cambiare radicalmente prospettiva. Si tratta di decidere di rendere virtuoso il nostro Statuto, strategica la nostra autonomia. E mettere da parte la mano tesa o a Roma o all’Europa, chiedendo assistenza per coprire i buchi di bilancio e mettere le pezze alle emergenze. E per fare tutto questo dobbiamo avere il coraggio di abbattere totem ideologici che la classe dirigente politica e sindacale ha eretto di volta in volta per mantenere lo status quo. Quindi sì al Ponte sullo Stretto, sì all’acqua pubblica gestita in maniera efficiente, sì a sistemi di smaltimento dei rifiuti a zero emissioni e altamente tecnologici. Sì a un piano strategico e integrato per porti e aeroporti dell’isola. Sì a beni culturali valorizzati e non gestiti come vecchie municipalizzate. Le sembra normale che, mentre nel resto d’Italia il ministro Franceschini bandisce un concorso internazionale per selezionare la governance dei più importanti siti culturali del Paese – dalla Reggia di Caserta agli Uffizi – in Sicilia siamo costretti a scegliere solo tra i dirigenti regionali? Sì a tutto quello che può portare la Sicilia fuori dal pantano.

-Quindi Lei non è di quelli che vorrebbero abolirla, l’Autonomia?

Assolutamente no anzi, io sono uno di quelli che vorrei abolire chi non la fa funzionare

– Si candiderà alla Presidenza della Regione?        

L’ho già detto in occasione di “Cambiamenti”, la Leopolda sicula: uno di noi ci sarà sicuramente. Le idee che ho espresso nel libro, idee collettive, devono avere gambe su cui camminare. Ci saranno le primarie. Ma senza dubbio il prossimo presidente della Regione non dovrà avere nulla a che fare con il passato dell’isola.

-Passato recente o passato remoto?

Lei mi sta chiedendo di Crocetta? Io lo dico chiaramente, per me non dovrà essere lui il candidato. Poi naturalmente è legittimo che nel passaggio delle primarie si possa candidare per verificare il consenso, però una cosa è quello che vuole fare lui un’altra è dire per chi voterei io.

– Da cosa dipende il sostegno dei renziani al governo Crocetta?

Ho sempre sostenuto che questa legislatura dovesse interrompersi e bisognasse andare a elezioni anticipate. Ma è più facile che venga giù il Colosseo che fare votare una sfiducia all’Ars. Preso atto di questo, stiamo lavorando per far sì che si strutturi un rapporto virtuoso con il governo nazionale. E per limitare i danni di chi non vuole cambiare, costringendo l’isola alla stagnazione.

– Come nasce l’idea di organizzare una Leopolda siciliana?

Sono stato tra gli organizzatori delle Leopolde fiorentine e ho visto con i miei occhi personaggi che parlavano di cambiamenti nel mondo del lavoro, nel mondo dei diritti civili, nella scuola e lo facevano con convinzione, con passione. Idee nuove, dirompenti. Sembravano pazzi scriteriati. Venivamo considerati barbari. Eppure molte di quelle idee adesso sono atti concreti, sono leggi, hanno un numero che le identifica in Gazzetta Ufficiale. La Sicilia ha bisogno di questo: di coraggio, di determinazione, di convinzione. E i numeri dei registrati in entrambe le edizioni della cosiddetta Leopolda sicula – oltre 6.000 persone – confermano che anche nella nostra isola è possibile intraprendere questa strada.

 

– Il motto della Leopolda sicula è stato “cambiamenti”, con l’annessione dei volti storici del centrodestra non c’è il rischio di cambiare tutto affinchè ogni cosa resti com’è? Qual è la sua idea di sinistra? 

Il Partito democratico di oggi è un partito vincente, molto lontano dal centrosinistra dei notabili con mazzetta di giornali sotto il braccio che dettano la linea. Non è più un partito minoritario, lento, irrilevante, avulso dalla realtà. Il Pd dell’era Renzi è un partito maggioritario, che ha vinto le Europee con oltre il 40% dei voti. E che porta avanti riforme indispensabili per il Paese in tempi rapidi. Non siamo più quelli del 61 a 0, anzi possiamo ribaltare completamente la posizione. E per farlo dobbiamo intercettare chi in passato ha votato dall’altra parte. Ai nuovi arrivati non chiediamo da dove vengono, ma dove vogliono andare. Anche in Sicilia possiamo essere il centrosinistra che taglia le tasse, che crea occasioni di sviluppo, che mette al centro la legalità, quella vera, lontana dai professionisti dell’antimafia 2.0, che punta sul merito e mette al centro i giovani e le eccellenze della nostra terra.

– Ci dice un risultato concreto raggiunto in Sicilia grazie al governo Renzi?

Il governo nazionale ha destinato 1,4 miliardi alla Sicilia, vincolandoli obbligatoriamente alle riforme. Questo vuol dire che non è un problema di fondi ma di atteggiamento politico. Le risorse ci sono solo se la Sicilia cambia. Questo ha di fatto costretto l’Ars a recepire alcune leggi nazionali, dal taglio dei costi della politica all’adeguamento del sistema pensionistico, più altri provvedimenti che altrimenti non si sarebbero fatti. Su tante altre questioni lo Statuto è stato un freno rispetto alle riforme: dalle province all’acqua, dalla realizzazione di impianti di smaltimento di rifiuti alternativi alle discariche al taglio dei permessi sindacali. E nel novero dei passi in avanti fatti grazie a Roma, le 10.000 assunzioni a tempo indeterminato nelle scuola, oltre alle risorse destinate alla ricerca, la risoluzione delle numerose vertenze, dalla Fiat, all’Eni, all’Ansaldo Breda, gli stanziamenti per la sistemazione della rete infrastrutturale siciliana, grande emergenza dell’isola. L’appoggio del governo nazionale non è mai venuto meno. E questo nonostante – spesso – l’atteggiamento aggressivo e rivendicazionista della parte più retriva della classe dirigente isolana.

– Di che cosa ha bisogno l’antimafia per tornare ai valori di Pio La Torre?

Di liberarsi di chi l’ha usata per costruire carriere che con la legalità non avevano nulla a che fare. Professionisti dell’antimafia 2.0 che hanno usato questa “etichetta”, non soltanto per popolarità e lotta politica, ma per costruire blocchi di potere politico-economici alternativi a quelli esistenti. I 2.0 sono una lavatrice, usano il loro ruolo in vari ambiti della società per purificare chi vi entra in contatto. Con il loro agire danneggiano chi in passato ha perso la vita per combattere la mafia e chi oggi continua a farlo con dedizione, costruendo, contro il fenomeno mafioso, percorsi virtuosi. Quando ho cominciato a scrivere “Sottosopra” mi sono messo a pensare a un sinonimo della parola “antimafia” da poter utilizzare al posto di un termine ormai abusato. Non ne esistono. L’antimafia non ha bisogno di sinonimi, ma soltanto di espellere le mele marce che si fregiano di questa “bandiera d’onore”.

-Non crede che, però, parlando troppo spesso di antimafia si rischi di perdere di vista il punto vero della questione e cioè che la mafia c’è ancora, è attiva e vuole dire la sua?

Assolutamente sì però la colpa è di chi ha bruciato quella parola lì dell’antimafia. Se oggi questo tema si è logorato è a causa di questi professionisti 2.0, perché quando tu crei i presupposti per un attacco all’antimafia e crei una destabilizzazione dei simboli, di tutto quello che si è costruito in questi anni, rischi di provocare che si rafforzi la mafia.

 

– Qual è il suo parere rispetto all’intervista di Riina Jr in Rai poche settimane fa?

 

Per quanto mi riguarda al figlio di Riina non gli avrei mai fatto mettere piede in televisione.

Advertisements